Elezioni Usa, Clinton e Trump: quello che i candidati non dicono

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di Martina Basile

Dove si colloca la trasparenza nel mondo della politica made in Usa? È questo uno dei duelli per cui sono chiamati a sfidarsi Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati dei due principali partiti americani. L’ultimo caso è stato quello del malore della Clinton al termine della cerimonia di commemorazione degli attentati dell’11 settembre a Ground Zero. L’opinione pubblica americana, in quell’occasione, ha reagito all’ennesimo problema di salute della candidata chiedendole maggior trasparenza sulle sue condizioni di salute.

Trasparenza garantita qualche giorno dopo, il 15 settembre, quando è stata diffusa una cartella clinica in cui i medici ribadiscono che “Hillary Clinton è in salute e può fare il presidente”. Per non perdere terreno, anche Donald Trump ha svelato una sintesi del proprio stato di salute: è sovrappeso e assume un farmaco per tenere sotto controllo il colesterolo e prevenire l’ipertensione. Erano obbligati a farlo? “In realtà, non esistono leggi federali a riguardo”, commenta Roberto Festa, giornalista per Radio Popolare e Il Fatto Quotidiano.

Quindi non esiste una legge federale che obblighi i candidati a pubblicare, ad esempio, la dichiarazione dei redditi o una certificazione di buona salute?

In campagna elettorale, rilasciare la propria dichiarazione dei redditi è solo una buona prassi. Durante le elezioni presidenziali del 2012, ad esempio, il repubblicano Mitt Romney non aveva inizialmente pubblicato la propria dichiarazione, ma fu costretto a farlo solo su pressione dei democratici e dell’opinione pubblica.
Per le elezioni di quest’anno, invece, Donald Trump, contrariamente a Hillary Clinton, non ha ancora fornito la sua dichiarazione: la sensazione generale è che non lo farà. Suo figlio, Eric Trump, ha anche dichiarato che farlo “sarebbe una mossa assurda”.

Come mai potrebbe scegliere di essere meno trasparente della sua avversaria?

Si dice che la sua riluttanza possa essere connessa ad alcune attività finanziarie legate alla Russia o a progetti immobiliari nel quartiere di Soho, a Manhattan, dove sembrerebbe che Trump abbia fatto affari per un complesso di appartamenti in società con alcuni magnati russi. Se le voci fossero fondate, si potrebbero anche capire certe sue posizioni rispetto al presidente russo Vladimir Putin.

I partiti, invece, hanno regolamenti che obbligano i candidati a rendere conto della loro situazione finanziaria o di salute?

No, questa regola non esiste nemmeno all’interno dei partiti. Per esempio: un deputato che si presenta per la Camera o per il Senato non ha l’obbligo di pubblicare la propria dichiarazione.

Quindi, come mai la poca trasparenza di Hillary Clinton sulle sue reali condizioni di salute ha suscitato una tale reazione?

È una questione politica: in questo caso non si tratta di trasparenza delle procedure ma di trasparenza politica. Il medico della Clinton aveva da poco rilasciato una dichiarazione di perfetta salute. Settimana scorsa, invece, la candidata democratica ha avuto un attacco di tosse, sintomo probabilmente della polmonite che ha alla fine ammesso di avere e che anche diversi membri del suo staff a Brooklyn hanno avuto.

Si può dire che anche la gestione della crisi che la candidata ha avuto l’11 settembre sia stata poco chiara.

Esatto. Il caso dell’11 settembre è stato gestito male. Hillary Clinton, infatti, dopo essersi allontanata perché si era sentita poco bene, è sparita dai radar per molto tempo, tanto che il gruppo di giornalisti che la segue non è stato informato sui suoi spostamenti per oltre 90 minuti. Le teorie complottiste nate dopo questo fatto sono quindi uno strumento politico che ha stretti legami con il modo che staff della Clinton ha scelto per gestire questo evento.

Quali caratteristiche deve avere un candidato alle elezioni americane per essere davvero trasparente?

Il suo corpo deve essere visibile ai giornalisti che lo seguono. Questa campagna elettorale, invece, è stata profondamente caratterizzata da una scarsa visibilità dei candidati. Sia Trump che la Clinton non si sono mostrarti spesso alla stampa. Il candidato repubblicano, ad esempio, ha fatto una lista dei giornalisti che non possono entrare agli eventi a cui partecipa.
Anche Hillary Clinton è stata a lungo nell’ombra. Ad esempio, è prassi che i giornalisti al seguito del candidato si imbarchino sui loro aerei durante le trasferte. Per mesi, invece, la stampa non ha potuto seguire l’ex Segretario di Stato.

Quanto spazio hanno dedicato Hillary Clinton e Donald Trump alla trasparenza nei loro programmi elettorali?

In realtà, il tema della trasparenza diventa parte dei programmi solo se si trasforma in discussione politica. Come è successo per il caso della Clinton Foundation, la fondazione della famiglia della candidata. Essendo privata, i bilanci della fondazione non sono pubblici; questo aspetto ha fatto nascere sospetti sull’origine di alcuni finanziamenti provenienti da paesi che violano sistematicamente i diritti umani (come Kuwait, Qatar e Oman).
Altri finanziatori stranieri, invece, hanno avuto canali privilegiati al Dipartimento di Stato quando la Clinton era Segretario. Nella campagna elettorale di Trump, invece, il tema della trasparenza compare solo quando si ripropongono le polemiche sulla sua dichiarazione dei redditi. Il punto è che Trump solleva così tante questioni da far distogliere l’attenzione da questa omissione.

CC Credits foto: Darron Birgenheier via flickr

50 ONG americane chiedono a Obama di riformare il FOIA

American redaction - Photo by Truthout.org (CC BY-NC-SA 2.0)
American redaction – Photo by Truthout.org (CC BY-NC-SA 2.0)

Lo scorso 23 ottobre 50 organizzazioni e ONG americane hanno scritto una lettera al presidente Obama chiedendogli di sostenere pubblicamente il processo di riforma del Freedom of Information Act (in vigore dal 1967).

La lettera, firmata tra gli altri da American Civil Liberties Union, Sunlight Foundation ed Electronic Frontier Foundation, ricorda che la legge è uno degli strumenti più efficaci al servizio dei cittadini ma che la sua implementazione ha diversi problemi da risolvere.

Nel testo sono sottolineate sei priorità, relative al margine di interpretazione e alle eccezioni – margine che, si legge, spesso viene interpretato in modo restrittivo rispetto ai documenti, specie quelli interni. Viene inoltre richiesto un ampliamento del ruolo dell’Office of Government Information Services (OGIS) e la possibilità di accedere a documenti creati 25 anni fa, o prima, condizione che spesso viene fatta rientrare in una delle eccezioni. Nella lettera si spiega:

“il FOIA non dovrebbe essere usato per impedire l’accesso pubblico alla storia della nostra nazione, laddove il passaggio del tempo ha significativamente eroso, ove non completamente eliminato, ogni possibile interesse di segretezza da parte del governo”

Il contributo legislativo del Presidente in questo senso è fondamentale, scrivono i firmatari, a maggior ragione per dar seguito al proposito di diventare “l’amministrazione più trasparente della storia”, cosa che Obama promise nel suo primo giorno da Presidente.

Mi si è ristretto il Foia: dagli Usa alla Danimarca l’accesso è in pericolo?

"Open government?" - Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)
“Open government?” – Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)

Le ultime settimane stanno registrando notizie preoccupanti sul fronte dell’accesso, tanto più che arrivano da paesi molto avanzati su questo fronte.

La più recente in ordine di tempo è di pochi giorni fa ed è una sentenza della Corte Suprema americana che ha stabilito che solo i cittadini della Virginia hanno diritto di richiedere l’accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione del proprio stato.
La decisione della Corte Suprema – unanime – pone di fatto le basi per future limitazioni all’accesso da parte di altri stati federali, sia per cittadini che per giornalisti ed è stata molto criticata dai media.
Tra le considerazioni più significative, vanno segnalate quelle che definiscono il diritto di accesso «not a “fundamental” privilege or immunity of citizenship» e  che negano che tale diritto sia basilare «to the maintenance or well-being of the Union».

Nonostante la decisione vada inquadrata in quel quadro legislativo e, nello specifico, nel contesto della Privileges and Immunities Clause, il segnale è molto preoccupante, specie considerando che l’accesso all’informazione resta uno dei punti deboli delle promesse dell’amministrazione Obama sull’ambito dell’open government.

Ma brutte notizie arrivano anche dal nord Europa, tradizionalmente considerata la patria del Foia.
Come avevamo scritto a febbraio, la nuova legge sull’accesso all’informazione in Danimarca è tutt’altro che un passo avanti per la trasparenza. La nuova legge (Offentlighedslov comeè chiamato il Foia danese) prevede una limitazione all’accesso di alcuni documenti, in particolare quelli su cui si basa il processo legislativo.

Una proposta di questo genere è nell’aria sin dal 2009, quando al governo c’erano i liberali, ed è stata ripresa dal nuovo governo, di orientamento socialdemocratico. Nonostante il dibattito e gli appelli di diversi giornalisti danesi di alto livello per rivedere la legge, sembra che il consenso sia abbastanza ampio, spiega Jon Lund, editorialista del Politiken e portavoce della Danish Online News Association che nel suo sito scrive:

«Paragraph 27 deals with documents and correspondence that are generated during the legislative process between the executive branch and parliament. These would also be excluded from rights-to-access requests. This means that much — although not all — information about the workings of parliament would no longer be available to the public. […]

But the wording of the bill does not exactly reflect a 2.0 worldview. Committee members who wrote the bill recommended implementing the legislation initially by making available open lists of electronic and paper mail exchanged between government officials. But if the administration has its way, the lists will be “dumb” lists — i.e., they will not include a search option for keyword inquiries».

A febbraio il ministro della Giustizia Bødskov aveva invece commentato che la nuova legge accresce le possibilità di accesso proprio grazie alla digitalizzazione dell’intero processo. Bødskov aveva poi dichiarato: «In generale non penso che i cittadini influenzino il processo legislativo. Ma sia le nostre proposte che quelle del precedente governo si basano su raccomandazioni della Commissione sull’Informazione e cercano un equilibrio tra apertura e l’introduzione di alcune limitazioni». Queste limitazioni però sembrano davvero poco equilibrate a stampa e cittadini.

Rassegna: Foia made in USA, open data e civic hacking

Il Foia americano funziona davvero? Sappiamo riconoscere le nuove forme di partecipazione che si stanno sviluppando oggi? E poi, chi è più “avanti” quando si parla di open data, New York o San Francisco?

Queste e altre domande (e anche qualche risposta) nella rassegna di oggi.

Da OpenTheGovernment.org
Da OpenTheGovernment.org
  • Usa: il Foia funziona davvero?

    Il Freedom of information act sembra funzionare molto bene negli Usa… ma solo apparentemente! I dati più recenti parlano di risposte positive nel 94% dei casi, ritardi praticamente assenti, tecnologie che velocizzano il processo. Ma la realtà è assai più complessa, a sentire molte delle Ong che si occupano di accesso all’informazione. Sono ormai numerose le organizzazioni che sostengono che la situazione sia molto diversa dai dati ufficiali dell’amministrazione Obama, in alcuni casi anche peggiore rispetto alla precedente amministrazione.

  • Cambiare la PA  “dall’interno” con gli open data

    Scientific American pubblica una bella intervista a Todd Park, “chief technology officer” dell’amministrazione Obama e un passato da imprenditore, con diverse start-up di successo all’attivo. Park spiega come gli open data in ambito meteorologico hanno creato numerose opportunità per le imprese, e che lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori. Ma soprattutto, Park punta a ripetere il successo dall’interno della Casa Bianca, grazie a un incubatore unico nel suo genere.

  • Oltre gli hackathon: civic hacking nei paesi in via di sviluppo

    Il civic hacking e la partecipazione prendono oggi molte forme – ancora più di quelle che pensiamo, se guardiamo a paesi in via di sviluppo. Ci sono nuovi modelli di partecipazione che potrebbero aprire molte possibilità di azione e contributi da parte di persone senza competenze tecniche. Ma siamo in grado di riconoscerli e aiutarli a svilupparsi? Ne parla Rodrigo Davies, ricercatore del Center for Civic Media del Mit.

  • Come cambiare il posto dove viviamo… con gli open data!

    Questa è l’ideale punto di partenza del bando di Knight News Challenge per progetti di sviluppo sul territorio (in the U.S. and abroad). In risposta sono arrivati 886 progetti per 5 milioni di dollari di fondi. The Atlantic ne segnala 12 tra i più interessanti.