Un Freedom of Information Act per l’Italia: il nostro panel a #IJF14

Il Festival del Giornalismo 2014 si è appena concluso, dopo cinque giorni di incontri internazionali.
Diritto Di Sapere ha avuto una forte presenza, con due panel e un workshop.

Il primo incontro si è svolto mercoledì 30 aprile e ha avuto come oggetto il nostro tema chiave, l’accesso agli atti: è tempo per un Freedom of Information Act anche in Italia?

Per chi non c’era, ecco il video dell’incontro:

I lavori sono stati aperti da Helen Darbishire, direttore di Access-Info Europe, nonché tra i fondatori di DDS, che ha insistito su quanto sia importante capire che le informazioni detenute alla Pubblica Amministrazione appartengono ai cittadini e quanto sia un loro diritto fondamentale potervi accedere e utilizzarle.

Alex Salha, attivista libanese che si occupa di trasparenza, ha poi presentato l’interessante caso della campagna che ha portato a una significativa diffusione del dibattito sull’accesso in Libano e a un pacchetto di leggi sulla trasparenza, di cui l’accesso alle informazioni fa parte.
Il pacchetto, alla vigilia dell’approvazione, è stato ritirato dal governo per “una ulteriore fase di studio”, ma l’attenzione di attivisti e opinione pubblica è elevata e degli sviluppi importanti arriveranno entro il 2014.

Il dibattito è poi proseguito con un focus sulla situazione italiana: proprio al Festival dell’anno scorso avevamo presentato Silenzio di Stato, il nostro rapporto sullo stato dell’accesso, che aveva evidenziato il bassissimo livello di applicazione della pur limitata legge sull’accesso, la 241/90, e l’altissima incidenza del silenzio amministrativo.

Qual è la situazione dell’accesso a un anno di distanza?

C’è una proposta di legge che interviene sul tema, a firma di Paolo Coppola (PD), anch’egli tra gli speaker.

Fabio Chiusi, che ha scritto e commentato i temi del panel per Wired, ne evidenzia i punti principali:

il diritto all’accesso non sia più dei soli soggetti interessati, come ora, ma di chiunque, ed esercitabile “anche telematicamente“; cada di conseguenza anche la clausola per cui quell’interesse dovrebbe essere “diretto, concreto e attuale“; allo stesso modo, verrebbe rimosso il vincolo che afferma “che non sono ammissibili istanze per un controllo generalizzato dell’operato della PA” (una previsione, secondo Coppola, inadatta all’era della digitalizzazione) e infine altrettanto accadrebbe per l’ulteriore vincolo di motivare la richiesta di accesso.

Lo abbiamo detto, sembra esserci una nuova sensibilità da parte del nuovo governo, ma non basta. Il metodo, infatti, non è ancora open e partecipativo, evidenzia Ernesto Belisario, direttore dell’Osservatorio sull’Open Government e tra gli autori del nostro manuale Legal Leaks (appena aggiornato alla sua terza edizione).

Questa ultima proposta di legge va nella giusta direzione, ma ancora non ci sono tempi definiti, né certezza sulla sua approvazione.

Quanto a Diritto Di Sapere, non ci limiteremo certo a un cauto ottimismo: abbiamo molte novità in cantiere e presto ve ne parleremo!

Diritto Di Sapere al Festival Internazionale del Giornalismo (30 aprile – 4 maggio)

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Diritto Di Sapere torna a muoversi per l’Italia per parlare di diritto di accesso all’informazione.

I prossimi appuntamenti saranno al Festival Internazionale del Giornalismo, che si terrà a Perugia dal 30 aprile al 4 maggio.

Ecco gli appuntamenti che ci vedranno coinvolti, tra panel e workshop:

Mercoledì 30 aprile
Un Foia per l’Italia. Una proposta concreta: Diritto Di Sapere fa il punto con esperti nazionali e internazionali su cosa serve per poter avere anche in Italia uno strumento come il Freedom of Information Act.
Con Andrea Menapace, Antonella Napolitano, Helen Darbishire (Access-Info Europe), Ernesto Belisario (pres. Ass. per Open Government) e Paolo Coppola (Partito Democratico).

Legal Leaks: come usare il tuo diritto di accesso all’informazione: come utilizzare le norme italiane per chiedere (e ottenere) documenti, dati e file audio-video dalla pubblica amministrazione.
Con Guido Romeo ed Ernesto Belisario (pres. Ass. per Open Government)

Oltre al FOIA, parleremo anche di lobby e trasparenza, il 1° maggio:
“Lobby e potere: strumenti per la trasparenza e l’accountability”: con Pascoe Sabido (Osservatorio Europeo sulle Corporazioni), Andrea Menapace, Antonella Napolitano, Helen Darbishire (Access-Info Europe), Ernesto Belisario (pres. Ass. per Open Government) e il vicepresidente della Camera dei Deputati, Luigi Di Maio.

 

Saremo a Perugia per tutta la durata del Festival. Vi aspettiamo!

Accountability e Foia nel discorso di Renzi. Ma l’Open Governement dov’é?

Il discorso di insediamento di Matteo Renzi (qui il testo integrale) è stato criticato da molti. È sicuramente molto ambizioso (dissero lo steso di Obama), a tratti troppo vago e non affronta il tema spinoso di come si coprono i costi delle riforme (ma si poteva parlando così a braccio?).

Ci sono però due parole che qui a Diritto Di Sapere ci hanno fatto drizzare le orecchie: «accountability» e «Freedom of information act».

Ecco cosa dice il Premier:

«Non siamo per sottrarre responsabilità ai dirigenti: siamo per dargliele tutte. Vorremmo che la parola accountability trovasse una traduzione in italiano, perché vi sono le responsabilità erariali, quelle penali e quelle civili, però non ve n’è una da mancato raggiungimento degli obiettivi, se non a livello teorico: questa, però, è una sfida di buon senso, che nell’arco di quattro anni può essere vinta e affrontata se partiamo subito e se abbiamo anche il coraggio – lasciatemelo dire – di far emergere in modo netto, chiaro ed evidente che ogni centesimo speso dalla pubblica amministrazione debba essere visibile on line da parte di tutti. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Di Biagio e Ichino). Questo significa non semplicemente il Freedom of Information Act, ma un meccanismo di rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il proprio rappresentante».

Sull’accountability non possiamo che dargli ragione: come molte altre parole inglesi non è direttamente traducibile in italiano (anche se la Treccani ci aiuta qui). L’accountability sottintende trasparenza, ma è più della trasparenza perché implica la responsabilità e il dovere di rendere conto di ciò che si fa (o non si fa). Non basta cioè pubblicare online i bilanci, ma bisogna anche dare delle metriche per misurare l’efficacia della spesa e creare delle strutture dove ci siano dei responsabili con nome e cognome. Un po’ più di accountability in Italia davvero non guasterebbe. Sia a livello locale, che centrale.

Sul Foia: il tema non è nuovo nei discorsi di Renzi che lo aveva citato più volte durante le Primarie del 2012. A volte in maniera un po’ vaga e, infatti, lo avevamo ripreso qui e qui. Questa volta il premier lo cita abbastanza in cavalleria, dicendo addirittura che bisogna fare molto di più. Non potremmo essere più d’accordo, ma ci viene un dubbio.

Non è che Matteo stia parlando di Open Governement, quel “governo aperto” che ha la trasparenza, l’accountability e il Foia tra i suoi pilastri, ma è anche molto di più perché presuppone partecipazione e coinvolgimento dei cittadini?

Se è all’Open Gov che sta pensando, l’Italia ha già varato un piano d’azione nel 2012. La valutazione fatta dalla società civile italiana l’estate scorsa ha evidenziato parecchi punti critici. Molti di essi emergono anche nell’ultimo report indipendente sull’action plan italiano dell’Open Governement Partnership, che è stato anche visionato prima della pubblicazione dal Governo italiano.

A leggere questi rapporti c’è davvero tanto da fare. Non resta che fare i migliori auguri al neo-premier. Se ce la fa in un mese, ma anche in due o tre, sarebbe un capolavoro.

 

 

 

 

 

 

[ENG] Why Italy Needs a Proper Freedom of Information Law

[This article is crossposted on the Open Society Foundations blog]

How safe is your child’s school? Is your municipality gambling taxpayer’s money in risky and unfavorable swap contracts? Or simply, when is the last time the restaurant down the road passed its health inspection? These are just a handful of the questions Italian civil society activists and journalists have started asking in the recent months.

Queries such as these should receive an answer in any democratic country with a freedom of information law. Yet rarely have they received a satisfactory answer in Italy—and sometimes only after a court appeal. The previous government, headed by Mario Monti, pushed hard on transparency in an effort to fight corruption—an endemic plague estimated to drain €60 billion from the country’s economy every year.

Transparency has also been one of the strongest arguments in Beppe Grillo’s political campaign, which led his M5S to conquer 25 percent of votes in the February elections. With much fanfare, Italy recently joined the Open Government Partnership, and in April, a new transparency law (Decree 33/2013) came into effect.

However, on-the-ground transparency still seems in a dire state. When it comes to access to information (the public’s right to obtain and use information), which is internationally recognized as the cornerstone of transparency, Italy’s institutions fail to satisfy citizen and media requests almost three times out of four.

Here at Diritto Di Sapere (“Right to Know”), we spent the last couple of months testing how responsive various branches of Italy’s public administration are to requests for information, in collaboration with Access-Info Europe. We filed 300 requests on matters like public expenditure, health, environment, justice, and immigration to local, regional, and federal authorities on behalf of individuals representing civil society, the media, and general public.

Mi si è ristretto il Foia: dagli Usa alla Danimarca l’accesso è in pericolo?

"Open government?" - Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)
“Open government?” – Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)

Le ultime settimane stanno registrando notizie preoccupanti sul fronte dell’accesso, tanto più che arrivano da paesi molto avanzati su questo fronte.

La più recente in ordine di tempo è di pochi giorni fa ed è una sentenza della Corte Suprema americana che ha stabilito che solo i cittadini della Virginia hanno diritto di richiedere l’accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione del proprio stato.
La decisione della Corte Suprema – unanime – pone di fatto le basi per future limitazioni all’accesso da parte di altri stati federali, sia per cittadini che per giornalisti ed è stata molto criticata dai media.
Tra le considerazioni più significative, vanno segnalate quelle che definiscono il diritto di accesso «not a “fundamental” privilege or immunity of citizenship» e  che negano che tale diritto sia basilare «to the maintenance or well-being of the Union».

Nonostante la decisione vada inquadrata in quel quadro legislativo e, nello specifico, nel contesto della Privileges and Immunities Clause, il segnale è molto preoccupante, specie considerando che l’accesso all’informazione resta uno dei punti deboli delle promesse dell’amministrazione Obama sull’ambito dell’open government.

Ma brutte notizie arrivano anche dal nord Europa, tradizionalmente considerata la patria del Foia.
Come avevamo scritto a febbraio, la nuova legge sull’accesso all’informazione in Danimarca è tutt’altro che un passo avanti per la trasparenza. La nuova legge (Offentlighedslov comeè chiamato il Foia danese) prevede una limitazione all’accesso di alcuni documenti, in particolare quelli su cui si basa il processo legislativo.

Una proposta di questo genere è nell’aria sin dal 2009, quando al governo c’erano i liberali, ed è stata ripresa dal nuovo governo, di orientamento socialdemocratico. Nonostante il dibattito e gli appelli di diversi giornalisti danesi di alto livello per rivedere la legge, sembra che il consenso sia abbastanza ampio, spiega Jon Lund, editorialista del Politiken e portavoce della Danish Online News Association che nel suo sito scrive:

«Paragraph 27 deals with documents and correspondence that are generated during the legislative process between the executive branch and parliament. These would also be excluded from rights-to-access requests. This means that much — although not all — information about the workings of parliament would no longer be available to the public. […]

But the wording of the bill does not exactly reflect a 2.0 worldview. Committee members who wrote the bill recommended implementing the legislation initially by making available open lists of electronic and paper mail exchanged between government officials. But if the administration has its way, the lists will be “dumb” lists — i.e., they will not include a search option for keyword inquiries».

A febbraio il ministro della Giustizia Bødskov aveva invece commentato che la nuova legge accresce le possibilità di accesso proprio grazie alla digitalizzazione dell’intero processo. Bødskov aveva poi dichiarato: «In generale non penso che i cittadini influenzino il processo legislativo. Ma sia le nostre proposte che quelle del precedente governo si basano su raccomandazioni della Commissione sull’Informazione e cercano un equilibrio tra apertura e l’introduzione di alcune limitazioni». Queste limitazioni però sembrano davvero poco equilibrate a stampa e cittadini.

Rassegna: Foia made in USA, open data e civic hacking

Il Foia americano funziona davvero? Sappiamo riconoscere le nuove forme di partecipazione che si stanno sviluppando oggi? E poi, chi è più “avanti” quando si parla di open data, New York o San Francisco?

Queste e altre domande (e anche qualche risposta) nella rassegna di oggi.

Da OpenTheGovernment.org
Da OpenTheGovernment.org
  • Usa: il Foia funziona davvero?

    Il Freedom of information act sembra funzionare molto bene negli Usa… ma solo apparentemente! I dati più recenti parlano di risposte positive nel 94% dei casi, ritardi praticamente assenti, tecnologie che velocizzano il processo. Ma la realtà è assai più complessa, a sentire molte delle Ong che si occupano di accesso all’informazione. Sono ormai numerose le organizzazioni che sostengono che la situazione sia molto diversa dai dati ufficiali dell’amministrazione Obama, in alcuni casi anche peggiore rispetto alla precedente amministrazione.

  • Cambiare la PA  “dall’interno” con gli open data

    Scientific American pubblica una bella intervista a Todd Park, “chief technology officer” dell’amministrazione Obama e un passato da imprenditore, con diverse start-up di successo all’attivo. Park spiega come gli open data in ambito meteorologico hanno creato numerose opportunità per le imprese, e che lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori. Ma soprattutto, Park punta a ripetere il successo dall’interno della Casa Bianca, grazie a un incubatore unico nel suo genere.

  • Oltre gli hackathon: civic hacking nei paesi in via di sviluppo

    Il civic hacking e la partecipazione prendono oggi molte forme – ancora più di quelle che pensiamo, se guardiamo a paesi in via di sviluppo. Ci sono nuovi modelli di partecipazione che potrebbero aprire molte possibilità di azione e contributi da parte di persone senza competenze tecniche. Ma siamo in grado di riconoscerli e aiutarli a svilupparsi? Ne parla Rodrigo Davies, ricercatore del Center for Civic Media del Mit.

  • Come cambiare il posto dove viviamo… con gli open data!

    Questa è l’ideale punto di partenza del bando di Knight News Challenge per progetti di sviluppo sul territorio (in the U.S. and abroad). In risposta sono arrivati 886 progetti per 5 milioni di dollari di fondi. The Atlantic ne segnala 12 tra i più interessanti.

 

Anche la Croazia ha il suo FOIA: l’Italia prenda nota

Foto di TheLordMayor (CC BY-SA 2.0)
Il Parlamento croato – Foto di TheLordMayor (CC BY-SA 2.0)

Era una delle condizioni sul tavolo dei negoziati per l’accesso all’Unione Europea e ora è legge: anche la Croazia ha il suo Freedom of Information Act.

Il Foia croato è stato approvato il 6 febbraio scorso, dopo quasi 10 mesi di intenso lavoro ministeriale, consultazioni pubbliche, attività di lobbying, campagne di sensibilizzazione, consultazioni con esperti nazionali e internazionali, e non ultimo, l’aver ospitato il summit europeo di Open Government Partnership (Ogp) a Dubrovnik lo scorso ottobre.

I paesi un tempo a Est della cortina di ferro stanno da tempo dettando la linea in tema di Foia mentre altri, come l’Italia, faticano a mettersi al passo con le democrazie più “open“.

A una prima analisi, alcune norme denotano subito l’impianto liberale della nuova legge in linea con quanto appena stabilito dal Rwanda con il Foia appena promulgato. In particolare:

  • viene introdotta la figura dell’Information Commissioner, dedicato esclusivamente alla promozione e alla tutela della libertà di informazione. Il Commissario sarà eletto dal Parlamento e godrà di immunità pari a quella dei parlamentari.  Avrà forti poteri di controllo e di sanzione amministrativa a favore della tutela dell’accesso;
  • viene introdotto il principio di proporzionalità e della valutazione dell’interesse pubblico, per tutte le eccezioni all’accesso previste dalla normativa Foia;
  • c’è una forte apertura verso la pubblicazione proattiva di informazioni da parte degli enti pubblici, comprese le chiare disposizioni di legge (ciò che deve essere pubblicato) e le norme secondarie;
  • sarà possibile il riutilizzo di informazioni, senza costi, per qualsiasi scopo.

E le novità non si fermano solo agli articoli di legge. Sono state previste delle misure concrete e dei progetti pilota per open data e open government all’interno dell’amministrazione statale.

Sul fronte della società civile, il risultato premia GONG – l’equivalente balcanico di DDS – e molte altre Ong che hanno visto accolte praticamente tutte le modifiche proposte, con il Ministero dell’Amministrazione pubblica che ha difeso i più elevati standard internazionali in termini di Foia, nonostante altre istituzioni a livello governativo abbiano tentato fino all’ultimo di ridurne la portata. L’opposizione interna è talvolta la miglior prova del fatto che lo strumento è percepito anche dai burocrati come efficace nel controllare il loro operato.

Per la Croazia, ora che il quadro giuridico esiste, non rimane che continuare il paziente lavoro di monitoraggio e promozione del diritto di accesso, affinché la società civile sia sempre più consapevole di avere in mano uno degli strumenti più potenti strumenti per una cittadinanza attiva ed informata.

Per l’Italia l’esempio croato è un occasione per riflettere come mettersi al passo europeo, sia a livello normativo che di apertura partecipativa del processo legislativo. Al di là dell’Adriatico la consultazione con la società civile non è mai venuta meno ed è partita fin dalle prime fasi, mentre da noi – almeno con l’ultimo tentativo – non è mai nemmeno iniziata.

 

Un FOIA per il Rwanda: cosa cambia e perché è importante per l’Italia

Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda (Foto di kigaliwire - CC BY-NC 2.0)
Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda
(Foto di kigaliwire – CC BY-NC 2.0)

Il Rwanda ha approvato la legge sull’accesso all’informazione, diventando l’undicesimo paese africano ad approvare un vero e proprio FOIA.

La nuova legge rwandese è considerata particolarmente avanzata dall’Ong Article 19, che si occupa di libertà di espressione in tutto il mondo. Henry Maina, direttore di Article 19, ha definito “esemplare” l’ambito di applicazione delineato dalla legge, aggiungendo che contiene misure che favoriscono la partecipazione e che pongono le basi per raggiungere e consolidare la trasparenza amministrativa.

Quello rwandese è un caso da guardare con attenzione anche dall’Italia. È un esempio da manuale di come paesi emergenti prestino sempre maggiore attenzione alla trasparenza, e alla sua codificazione in norme all’avanguardia, come strada per accreditarsi a livello internazionale come democrazie e, non ultimo, attirare investimenti. Il Rwanda è, infatti, 50esimo nel ranking sulla corruzione di Transparency International: più di 20 posizioni avanti all’Italia (72esima).

Come scrive Guido Scorza:

Le motivazioni di tale scelta di trasparenza sono spiegate in modo straordinariamente efficace all’articolo 6 della legge e risiedono nell’esigenza di: promuovere in seno agli organismi pubblici e privati ai quali la nuova legge si applica la cultura di informare il pubblico sulle loro attività, assicurare che i fondi pubblici siano soggetti ad una gestione ed ad un controllo efficaci, promuovere un dibattito pubblico consapevole ed informato, informare in modo regolare ed adeguato il pubblico circa ogni rischio per la salute e per l’ambiente e, infine, assicurare che tutte le autorità pubbliche con poteri regolamentari adempiano correttamente alle loro funzioni.

[…] Ma non basta.

La nuova legge sull’accesso all’informazione della piccola repubblica africana, stabilisce anche che nessuno può essere punito per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico e che l’amministrazione che ha l’obbligo di fornire ometta di fornire entro il termine previsto dalla legge.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Il Rwanda non è certo un paese dove la libera espressione si possa dare per scontata, in uno scenario in cui le critiche al governo possono costare molto care.
Risalgono infatti solo allo scorso ottobre le notizie dell’appello all’African Commission on Human and Peoples’ Rights da parte di Agnes Uwimana e Saidat Mukakibibi, due giornalisti incarcerati con l’accusa di diffamazione del presidente Kagame (in primo grado condannati, rispettivamente, a 17 e 7 anni di carcere).

La domanda per Kigali è perciò su quali sono le speranze che questa legge sia davvero applicata?

Lo stesso Maina ha risposto ai critici, sostenendo che avere una legge di questo tipo possa invece aiutare significativamente ad avere le basi giuridiche per la lotta per la libertà di espressione (oltre alla legge sull’accesso, il Rwanda ha anche approvato delle leggi sulla regolamentazione dei media).

Un Freedom of Information Act è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Ma non può essere l’unico e c’è da sperare che il governo di Kigali voglia sinceramente proseguire su questa strada.

 

Matteo Renzi e quel pericoloso malinteso sulla trasparenza

Confesso che ieri sera, al primo confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra speravo qualcuno giocasse la carta della trasparenza in maniera più decisa. Non lo hanno fatto, ma il tema ricorre nel discorso politico e la richiesta da parte della società civile cresce.
Un buon termometro su questo fronte è stato l’Open government summit di qualche giorno a fa a Roma. È stata l’occasione di ascoltare in prima persona come alcuni decisori pubblici interpretano l’open government e in particolare il diritto di accesso all’informazione.
Il tema del diritto di accesso è stato in realtà il punto di partenza della giornata visto che, moderando il primo panel della mattinata non potevo che richiamare il “right to information” come uno dei fondamenti più importanti della trasparenza di cui oggi tanto si parla sia in nella cronaca (per invocarla) che nei programmi politici (per prometterla).
Il Ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi, messo alle strette da Alessandro Gilioli de L’Espresso, si è lasciato andare a una dichiarazione sulla possibilità imminente di avere un “freedom of information act” italiano, o meglio «qualcosa del genere…». L’ambizione, ha chiarito il ministro, è di pubblicare online tutti i dati della pubblica amministrazione.
Grazie a Twitter, dove #ogs12 era diventato rapidamente trending topic, al Ministro ha fatto subito eco Matteo Renzi invocando – via social – una «trasparenza totale secondo il Freedom of Informatio Act»
e allegando uno stralcio delle sue idee di programma (attendiamo il programma vero e proprio) che appunto recita: «documenti e informazioni della Pubblica Amministrazione devono essere accessibili on line per chiunque, senza richiesta motivata».
Posto che in Italia il diritto di accesso all’informazione dei cittadini va certamente riformato (è la missione di Diritto Di Sapere), è preoccupante vedere che il “Freedom of information act” venga citato in modo così bislacco…
L’ottima Giulia Barrera, parte del movimento Foia.it ha cercato di mettere un po’ di punti sulle “i” ma sembra chiaro che sia Patroni Griffi che Renzi non hanno veramente letto, nè riflettuto molto su come funziona il principio del diritto di accesso all’informazione.
Il risultato è un malinteso molto pericoloso: il Foia non impone di pubblicare tutto online: sarebbe impossibile e affogare nell’informazione è spesso uguale a non averla… Piuttosto permette ai cittadini di ottenere, dietro richiesta, accesso ai documenti che richiedono.
In tutto il mondo le varie leggi sul diritto di accesso, le cosiddette “freedom of information laws”, regolano la trasparenza “reattiva” ovvero quando e come un’amministrazione deve rispondere alla richiesta di un cittadino.
La pubblicazione online, invece, non è altro che una trasparenza “proattiva” in cui l’amministrazione sceglie cosa pubblicare (tipicamente il bilancio, i dati ambientali su qualità dell’aria e tutti gli open data che oggi sono così di moda). Di questo genere di trasparenza si parla nella legge anticorruzione e nel famoso articolo 18 del decreto Passera.
Tra trasparenza proattiva e reattiva c’è perciò una bella differenza e giuristi (Patroni Griffi è magistrato) e amministrativisti dovrebbero conoscerla bene.
La distinzione è importante perché una buona regolamentazione della trasparenza reattiva è la migliore (e forse l’unica) garanzia di una una democrazia davvero trasparente.
(In Italia è la legge 241/90, che ha diversi punti da aggiornare, come abbiamo spiegato qui).
Eppure il materiale è abbastanza facilmente consultabile. Se parliamo del Foia americano (gli Usa sono sicuramente il paese più citato sull’accesso all’informazione, ma certamente meno avanzati dei Paesi scandinavi che hanno inventato il principio nel 1700) la pagina del dipartimento della Giustizia è molto chiara:«The Freedom of Information Act (FOIA) provides that any person has a right, enforceable in court, to obtain access to federal agency records».