Dopo GlocalNews: 5 ragioni per le quali l’Italia ha bisogno di un Foia

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(Da sinistra: Rosy Battaglia, Guido Romeo, Philip Di Salvo e Marco Renzi)

Le ragioni per pretendere una nuova legge sull’accesso agli atti, un vero e proprio Freedom of information act all’altezza degli standard dei 100 paesi che oggi l’anno approvato sono molte, ma venerdì scorso, a GlocalNews (grazie ancora al direttore Marco Giovannelli per averci ospitato!) abbiamo cercato di evidenziare le più importanti e urgenti.  Anche semplicemente portando a esempio i casi di applicazione di questo tipo di legge grazie a contributi di Rosy Battaglia, Philip Di Salvo e Marco Renzi nel panel dedicato alla campagna #Foia4Italy.
Qui lo storify del panel attraverso i social network (grazie ancora a Chiara Forchetti per il live tweeting) e un bel pezzo in inglese di Gloria Schiavi.

1. Il Foia serve a tutti, non solo ai giornalisti. La sofferenza del territorio italiano sul fronte ambientale non è più solo un tema per ecologisti duri e puri, ma un problema di sicurezza e di salute pubblica. In molti lo hanno capito come dimostra il progetto Cittadini reattivi lanciato da Rosy Battaglia che sta mappando problemi di inquinamento idrico, ma anche la situazione dei siti contaminati dall’amianto dove spesso si confondono siti bonificati e da bonificare.

2. Il Foia serve al singolo. Un’inchiesta giornalistica mira ad interessare quanti più lettori possibile, ma un buon accesso all’informazione permette di ottenere e divulgare informazioni estremamente granulari e dettagliate che sono così più rilevanti per il singolo. È il caso della mortalità negli ospedali italiani rivelata dall’inchiesta #doveticuri di Wired, dove però i dati sono stati ottenuti e divulgati senza il permesso del Ministero della Salute. L’esistenza di un Foia permetterebbe di avere dati più facilmente e meglio organizzati.

3. La trasparenza farà l’Italia più ricca. Se è vero che la luce del sole è il miglior disinfettante come diceva Louis Brandeis e che la corruzione costa all’Italia qualosa come 60 miliardi l’anno, ha ragione da vendere Transparency Italia nello spiegare che il Foia è un passo indispensabile e universalmente riconosciuto a livello internazionale per progredire in questa direzione.

4. Ai tempi del whistleblowing l’eccesso di segretezza non paga. Su questo punto ha insistito giustamente Philip Di Salvo ricordando, oltre al recente Datagate, la genesi di Collateral murder, il filmato dirompente prodotto da Wikileaks su materiale dell’esercito Usa e che mostrava l’omicidio da parte di un elicottero Usa di alcuni giornalisti Reuters. L’agenzia aveva cercato di ottenere informazioni anni prima proprio appellandosi al Foia, ma senza fortuna. Alla fine negare l’accesso è stato peggio che far luce.

5. Il Foia non è straniero. A dispetto dell’acronimo anglosassone che si presta a diversi giochi di parole e fraintedimenti in Italia, il concetto di trasparenza e di diritto alla conoscenza da parte dei cittadini dell’operato delle pubbliche amministrazioni è italiano dai tempi del Rinascimento. Lo ha sottolineato Marco Renzi ricordando, da buon toscano, che già nel 1400 a Siena (250 anni prima della Svezia) gli edili dovevano rispondere alle domande dei cittadini, pena salatissime multe.

In attesa di avere un Foia anche in Italia rilancio con due cose da fare:

1. Commentare e integrare il testo proposto da #Foia4Italy

2. Fare una richiesta di accesso – tutte le istruzioni sul come fare sono nel nostro LegalLeaks – e raccontare com’è andata su siti, blog, social e testate. Magari segnalandolo anche a Diritto Di Sapere.

 

Rassegna: Foia made in USA, open data e civic hacking

Il Foia americano funziona davvero? Sappiamo riconoscere le nuove forme di partecipazione che si stanno sviluppando oggi? E poi, chi è più “avanti” quando si parla di open data, New York o San Francisco?

Queste e altre domande (e anche qualche risposta) nella rassegna di oggi.

Da OpenTheGovernment.org
Da OpenTheGovernment.org
  • Usa: il Foia funziona davvero?

    Il Freedom of information act sembra funzionare molto bene negli Usa… ma solo apparentemente! I dati più recenti parlano di risposte positive nel 94% dei casi, ritardi praticamente assenti, tecnologie che velocizzano il processo. Ma la realtà è assai più complessa, a sentire molte delle Ong che si occupano di accesso all’informazione. Sono ormai numerose le organizzazioni che sostengono che la situazione sia molto diversa dai dati ufficiali dell’amministrazione Obama, in alcuni casi anche peggiore rispetto alla precedente amministrazione.

  • Cambiare la PA  “dall’interno” con gli open data

    Scientific American pubblica una bella intervista a Todd Park, “chief technology officer” dell’amministrazione Obama e un passato da imprenditore, con diverse start-up di successo all’attivo. Park spiega come gli open data in ambito meteorologico hanno creato numerose opportunità per le imprese, e che lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori. Ma soprattutto, Park punta a ripetere il successo dall’interno della Casa Bianca, grazie a un incubatore unico nel suo genere.

  • Oltre gli hackathon: civic hacking nei paesi in via di sviluppo

    Il civic hacking e la partecipazione prendono oggi molte forme – ancora più di quelle che pensiamo, se guardiamo a paesi in via di sviluppo. Ci sono nuovi modelli di partecipazione che potrebbero aprire molte possibilità di azione e contributi da parte di persone senza competenze tecniche. Ma siamo in grado di riconoscerli e aiutarli a svilupparsi? Ne parla Rodrigo Davies, ricercatore del Center for Civic Media del Mit.

  • Come cambiare il posto dove viviamo… con gli open data!

    Questa è l’ideale punto di partenza del bando di Knight News Challenge per progetti di sviluppo sul territorio (in the U.S. and abroad). In risposta sono arrivati 886 progetti per 5 milioni di dollari di fondi. The Atlantic ne segnala 12 tra i più interessanti.

 

Rassegna DDS: il valore dei dati, lezioni per civic hackers e università “open”

TransparencyEccoci a mercoledì con una nuova rassegna.

Oggi si parla di valore economico di dati e open government, ma anche di community che collaborano con la pubblica amministrazione.
E nuove strade collaborative si aprono anche in ambito accademico…

  • Il valore economico dell’open government… Quando si parla di open government, possiamo possiamo quantificarne i vantaggi concreti per aziende, cittadini e amministrazioni pubbliche? Secondo Alex Howard, un esperto del settore e autore di una riflessione approfondita sul tema, non è così semplice. Che ne pensate?
  • …e quello dei dati pubblici! Un altro esperto di dati della pubblica amministrazione, Ton Zijlstra, racconta le attività di un workshop sul valore degli open data come strumento per creare nuove politiche pubbliche. Qual è il potenziale dei dati aperti in termini economici e quale l’impatto sulla trasparenza della PA?
  • Open Data Day: lezioni per civic hackers. David Eaves, uno dei promotori dell’Open Data Day, fa un bilancio della giornata, svoltasi il 23 febbraio scorso (anche Diritto Di Sapere vi ha preso parte). Come si costruiscono community “civiche”, che collaborino con le istituzioni? Quale direzione prendere per un open government collaborativo?
  • Dati pubblici in formati “open”: la Sunlight Foundation spiega perché è importante che i dati pubblici siano disponibili in formati aperti. Una riflessione valida sia per le richieste di accesso che per la pubblicazione di dati!
  • Come sta crescendo OpenStreetMap. GPS, crowdsourcing, cartografi: sono gli ingredienti di OpenStreet Map, un progetto collaborativo per creare un’alternativa “open” alla mappatura della rete stradale mondiale. Un progetto che sta crescendo e con risultati particolarmente interessanti.
  • Università “open”: un aiuto per i paesi “in via di sviluppo”? Sono sempre più numerosi le iniziative accademiche che “aprono” le proprie risorse educative e gettano le basi per un’innovazione collaborativa, spiega Julia Wetherell su Techpresident. Fino ad ora, però, i benefici sono stati più che altro “laterali”, favorendo le comunità di persone già inserite in ambito accademico. Come si può creare valore anche per i “paesi in via di sviluppo“?