Qual è il vero costo dell’accesso all’informazione?

La capacità dei cittadini di accedere alle informazioni raccolte dal proprio governo non è solo uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto dall’Osce e da altre istituzioni.

L’accesso all’informazione è oggi un prezioso e riconosciuto indicatore della democrazia di un Paese. Un tema che però viene spesso sollevato durante le discussioni su misure e leggi da applicare nella transizione verso modelli di governo più aperti e trasparenti (in particolare da chi tende a limitare il diritto di accesso) è il costo dell’accesso agli atti rispetto alla loro reale efficacia nel creare trasparenza.

È un argomento importante, ma spesso liquidato in modo superficiale, senza approfondire i fattori che intervengono nel processo e il peso che hanno in questo tipo di analisi.

In queste settimane se ne sta parlando in Australia, dove, a due anni esatti dalla modifica del proprio Freedom of Information Act, il governo australiano ha stabilito che nei prossimi mesi verrà condotto uno studi per stabilire l’efficacia della legge, creata a livello federale nel 1982 (i singoli stati l’hanno poi adottata in diversi momenti nei successivi dieci anni).

Il ministro Roxon ha dichiarato che «circa 41 milioni di dollari australiani (più o meno 33 milioni di euro) dei contribuenti sono stati spesi nel 2011-2012 per valutare e dare risposta alle richieste di accesso», spiegando che l’obiettivo è di capire anche come i costi possano essere ridotti, dato che c’è stato un incremento di 5 milioni rispetto all’anno precedente (quasi +18%). La cifra sembra enorme, ma fatti i conti per poco più di 22 milioni di australiani, viene un costo procapite di circa un euro e mezzo.

L’aumento, nota il giornalista Paul Farrell su New Matilda, c’è stato e riguarda principalmente questioni non legate a un interesse personale, bensì richieste presentate da giornalisti e politici riguardo documenti di pubblico interesse: insomma, l’aumento dei costi è dovuto proprio a richieste che servono a perseguire maggiormente interessi pubblici e trasparenza amministrativa.

L’analisi dei costi è un’opportunità o un rischio? L’opportunità di verificare i costi di una legge è senza dubbio benvenuta, ma proprio grazie agli attori istituzionali potrebbe trasformarsi in un’arma contro il FOIA stesso.

All’inizio del 2012, infatti, l’OAIC, l’ufficio del Commissario per l’Accesso all’Informazione in Australia, ha pubblicato uno studio in cui proponeva diverse misure, che avrebbero il sicuro effetto di scoraggiare le richieste: tra queste un ulteriore intervallo di 30 giorni dalla richiesta che servirebbe all’agenzia interessata per decidere se rilasciare le informazioni in modo proattivo o meno. In alternativa, ci sarebbero costi dai 50 ai 100 dollari da pagare.

Un esame sull’efficacia della legge è stato già effettuato nel Regno Unito nei mesi scorsi, anche qui con particolare focus sull’impatto economico.
La commissione incaricata ha stabilito che i costi non sono eccessivi, rispetto all’efficacia (e infatti non ne suggerisce l’incremento).

Restano, tuttavia, preoccupazioni sul tempo e l’impegno da parte della pubblica amministrazione: al momento, scrive Martin Rosenbaum, l’esperto della BBC sul tema, la maggior parte delle agenzie governative possono rifiutare richieste che comportano l’impiego di più di 18 ore per la ricerca e relativa risposta.

La commissione ha quindi proposto di tagliare la quota a 16 ore. Specificando, però, che nel computo non entrerebbe il tempo impiegato per decidere se le informazioni richieste rientrano nelle categorie di accesso, così come invece prospettato da alcuni oppositori del FOIA. Insomma, 16 ore di tempi tecnici e non di  tempi decisionali (difficilmente calcolabili).

Il costo economico viene spesso ricordato come uno dei principali ostacoli a una implementazione piena ed efficace delle leggi sull’accesso e spesso le istituzioni se ne avvalgono come una sorta di scudo rispetto alle richieste.

Non si parla però abbastanza del costo sociale dell’accesso – e soprattutto del costo del mancato accesso. Per quanto meno facilmente quantificabile, il costo sociale ha numerose potenziali ricadute negative sulla società e sul rapporto dei cittadini con le istituzioni: l’accesso agli atti amministrativi, infatti, può ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta alla corruzione e, di conseguenza, di aumento di fiducia nelle istituzioni.

Lo illustra bene un recente rapporto di Transparency International Italia:

La possibilità di accesso a informazioni complete e gratuite è un requisito fondamentale sia per il buon funzionamento dei processi democratici che per un efficace contrasto dei fenomeni corruttivi. Se in Italia la quantità di informazioni disponibili al pubblico risulta sin troppo elevata, tuttavia la qualità è spesso scadente o non in linea con i migliori standard europei. […]

Le ONG e i media che si occupano del tema non sono in grado di recuperare, scoprire e diffondere al grande pubblico informazioni sui fattori chiave che riducono l’integrità del sistema del Paese e, se è vero che Internet può giocare un ruolo fondamentale nel colmare questo gap, almeno parzialmente, il digital divide che affligge l’Italia diventa un limite strutturale a questa sua funzione.

Insomma, quando si parla di bene pubblico – e l’informazione detenuta dalla P.A. certamente lo è – gli elementi in gioco non possono essere mai considerati alla stregua di semplici problemi aritmetici.