Scontrini online, la procura chiede tre anni per Marino

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di Martina Basile

Fare trasparenza non conviene.

La procura ha infatti richiesto la condanna a tre anni, un mese e dieci giorni per l’ex sindaco e l’ha sottoposta al gup Pierluigi Balestrieri che si dovrà esprimere in merito in data ancora da decidersi.

La vicenda gira intorno alle cinquantasei cene consumate tra il 2013 e il 2015 che Marino avrebbe pagato con la carta di credito e a dei certificati che riportavano compensi a dei collaboratori inesistenti che avrebbero fatto entrare nelle casse della Onlus seimila euro illeciti.

La richiesta iniziale di condanna era di quattro anni e otto mesi per falso, peculato e truffa ma lo stesso Marino aveva sollecitato il rito abbreviato che prevede uno sconto di pena di un terzo.

Lo stesso Comune di Roma si è costituito parte civile nella causa e ha richiesto un risarcimento di seicentomila euro: 100mila per “danno funzionale” e 500mila per “danno d’immagine”.

#AccessToInfoDay: tre occasioni per non abbassare la guardia sul diritto di sapere

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di Claudio Cesarano

Come in una memorabile congiunzione astrale, sono tante le ricorrenze che si allineano in questo 2016 in tema di accesso alle informazioni.

La prima legge sul diritto d’accesso, battezzata in Svezia, compie esattamente 250 anni.
Il Foia americano, altra pietra miliare, arriva al suo 50esimo anniversario preceduto lo scorso Gennaio dalla riforma Obama che ne ha esteso notevolmente i poteri.  

Infine per la prima volta l’Unesco promuove il 28 settembre come “International Day for the Universal Access to Information”: la ricorrenza nata nel 2002 col nome di “Right To Know Day” grazie a un gruppo di attivisti riceve ora il riconoscimento che merita.

#AccessToInfoDay – Comunicato della RTI Coalition Europea

 

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Madrid, 28 settembre 2016Nella Giornata Internazionale del Diritto di Accesso alle Informazioni – la prima ad essere ufficialmente riconosciuta dall’Unesco – i gruppi della società civile che si occupano di diritto di sapere denunciano la mancanza di trasparenza dei processi democratici che contribuisce ad alimentare la sfiducia e il populismo demagogico in Europa.

I risultati di recenti monitoraggi condotti dalle organizzazioni della società civile hanno mostrato come, nonostante si siano fatti notevoli progressi – al mondo esistono 111 leggi sul diritto alle informazioni e i governi pubblicano regolarmente i dati sulle spese e sui servizi – ad oggi esistono ancora molti limiti alla trasparenza nei processi decisionali. Limiti che stanno nascondendo la maggior parte delle attività governative dall’esame della società civile.

I gruppi hanno riportato che uno dei maggiori ostacoli all’amministrazione aperta (o open government) è la mancanza di documenti di archivio: non sono registrate le liste degli incontri tra ufficiali pubblici e i resoconti degli stessi, non c’è traccia degli scambi avvenuti con i lobbisti e le decisioni vengono prese senza dare le dovute giustificazioni o presentando delle prove a sostegno.

#AccessToInfoDay – The Italian FOIA translated in English

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Today we celebrate the first International Right To Know Day. After fourteen years from the first Right To Know Day, launched by a group of activists in 2002, this event was formally recognised by the UNESCO General Assembly in November 2015.

This year has been especially important for Italian RTI activists: last May, with the approval of the legislative decree n.96/2016, as part of the Public Administration Reform, Italy has revised its Transparency law n.33/2013 (mostly regulating proactive transparency) with new provisions on the right of access to information.

According to Article 5.2 “everyone has the right to access the data and documents held by the public administrations other than the ones subject to publication”: this means that even non Italian citizens can send access to information requests to Italian public bodies.

Therefore we thought it would be important to provide an English translation of the text for all the foreign citizens, journalists, activists and academics interested in exercising this right.

Note that, even if the new law is already in force, public bodies have still less than three months (precisely until the 23rd of December) to adjust their procedures with the new obligations. Before that date the National Anticorruption Agency will issue guidelines on the application of the cases of exemptions.

Below you can find the full text of the reformed Italian Transparency Decree translated in English.
You can also download it by clicking 
here.

 

Open gov, l’Italia punta in alto

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di Martina Basile

Più società civile, avanti tutta sulla trasparenza e diritto di accesso, la partecipazione come tema chiave da declinare attraverso proposte quali il FOIA, il whistleblowing e molto altro. È questo il nocciolo del terzo piano d’azione per il governo aperto licenziato dal Governo italiano lo scorso giugno.

Nonostante la cronaca degli ultimi mesi lo abbia spesso messo da parte a favore delle lotte politiche nazionali e degli sviluppi sul referendum costituzionale, l’open government è oggi una tematica di vitale importanza per tutte le democrazie avanzate.

Il presidente uscente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel 2011 ha guidato i sei paesi fondatori nella creazione dell’OGP e, per sottolineare l’importanza del progetto, l’ho ha anche nominato durante il suo ultimo discorso alle Nazioni Unite come strumento per rimettere i cittadini nel ruolo di protagonisti.

A sottolineare l’importanza e l’influenza dell’Open Government Partnership, la decisione dei paesi membri di votare per l’uscita dal progetto della Turchia come sanzione per le dure repressioni attuate dal governo dopo il tentato colpo di stato.

Il prossimo appuntamento, l’OGP Global Summit 2016, previsto per dicembre a Parigi, sarà quindi il primo senza la Turchia e il primo da quando il Regno Unito non è più parte dell’Unione Europea. Parteciperà anche l’Italia che proprio in questi giorni ha messo a punto un importante traguardo.

[…] abbiamo voluto rilanciare con forza l’impegno dell’Italia all’interno dell’Open Government Partnership, per candidarci ad essere tra i Paesi leader sui temi della trasparenza, della cittadinanza digitale e della partecipazione.

Questa una delle frasi chiave della prefazione del Terzo Piano d’Azione (2016-2018) per l’Open Government in Italia.

Definitivamente pubblicato il 20 settembre, giorno tra l’altro del quinto anniversario della nascita dell’Open Government Partnership, il Terzo Piano d’azione va a costituire un altro metro della strada intrapresa dal nostro Paese verso una pubblica amministrazione più trasparente e vicina al cittadino. Come sostenuto dagli stessi fautori del piano, in questa edizione si è lavorato duramente per portare l’Italia e la sua pubblica amministrazione a un nuovo livello di responsabilità e competenza.

Elemento chiave della creazione del Terzo Piano d’Azione è stato probabilmente il coinvolgimento della società civile attraverso lo strumento dell’Open Government Forum e di alcuni tavoli di discussione su trasparenza, open data, partecipazione e altre tematiche rilevanti. È stata inoltre avviata, nel periodo tra il 16 luglio e il 31 agosto, una consultazione pubblica alla quale la società civile ha partecipato attivamente per lasciare i propri commenti sulla bozza del piano.

Cosa succede adesso?

Adesso è il turno delle pubbliche amministrazioni, capitanate dal Ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione Marianna Madia, che dovranno intraprendere il percorso di attuazione dei punti previsti dal piano d’azione. Da non tralasciare, comunque, il ruolo di monitoraggio che anche in questa fase avrà, a detta dell’Open Government italiana, la società civile.

Dal nostro elenco su cosa è successo finora e cosa succederà in futuro, possiamo quindi spuntare la voce “Terzo Piano d’Azione per l’Open Government in Italia”. Ricordiamo, in ogni caso, i punti salienti del piano in materia di trasparenza:

  1. la stesura di linee guida per le esclusioni e limitazioni al diritto di accesso
  2. l’avvio, come detto prima, del programma di monitoraggio da parte della società civile
  3. l’elaborazione di standard per le pubblicazioni delle pubbliche amministrazioni.

L’ultimo punto è l’entrata in vigore degli obblighi previsti dal decreto per le Pubbliche Amministrazioni che avverrà il 23 dicembre. In quella data, si potrà forse mettere fine a una prima, lunga fase di lavori giuridici e tecnici e aprirne una più pratica che vedrà impegnati molteplici attori su più livelli.

Elezioni Usa, Clinton e Trump: quello che i candidati non dicono

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di Martina Basile

Dove si colloca la trasparenza nel mondo della politica made in Usa? È questo uno dei duelli per cui sono chiamati a sfidarsi Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati dei due principali partiti americani. L’ultimo caso è stato quello del malore della Clinton al termine della cerimonia di commemorazione degli attentati dell’11 settembre a Ground Zero. L’opinione pubblica americana, in quell’occasione, ha reagito all’ennesimo problema di salute della candidata chiedendole maggior trasparenza sulle sue condizioni di salute.

Trasparenza garantita qualche giorno dopo, il 15 settembre, quando è stata diffusa una cartella clinica in cui i medici ribadiscono che “Hillary Clinton è in salute e può fare il presidente”. Per non perdere terreno, anche Donald Trump ha svelato una sintesi del proprio stato di salute: è sovrappeso e assume un farmaco per tenere sotto controllo il colesterolo e prevenire l’ipertensione. Erano obbligati a farlo? “In realtà, non esistono leggi federali a riguardo”, commenta Roberto Festa, giornalista per Radio Popolare e Il Fatto Quotidiano.

Quindi non esiste una legge federale che obblighi i candidati a pubblicare, ad esempio, la dichiarazione dei redditi o una certificazione di buona salute?

In campagna elettorale, rilasciare la propria dichiarazione dei redditi è solo una buona prassi. Durante le elezioni presidenziali del 2012, ad esempio, il repubblicano Mitt Romney non aveva inizialmente pubblicato la propria dichiarazione, ma fu costretto a farlo solo su pressione dei democratici e dell’opinione pubblica.
Per le elezioni di quest’anno, invece, Donald Trump, contrariamente a Hillary Clinton, non ha ancora fornito la sua dichiarazione: la sensazione generale è che non lo farà. Suo figlio, Eric Trump, ha anche dichiarato che farlo “sarebbe una mossa assurda”.

Come mai potrebbe scegliere di essere meno trasparente della sua avversaria?

Si dice che la sua riluttanza possa essere connessa ad alcune attività finanziarie legate alla Russia o a progetti immobiliari nel quartiere di Soho, a Manhattan, dove sembrerebbe che Trump abbia fatto affari per un complesso di appartamenti in società con alcuni magnati russi. Se le voci fossero fondate, si potrebbero anche capire certe sue posizioni rispetto al presidente russo Vladimir Putin.

I partiti, invece, hanno regolamenti che obbligano i candidati a rendere conto della loro situazione finanziaria o di salute?

No, questa regola non esiste nemmeno all’interno dei partiti. Per esempio: un deputato che si presenta per la Camera o per il Senato non ha l’obbligo di pubblicare la propria dichiarazione.

Quindi, come mai la poca trasparenza di Hillary Clinton sulle sue reali condizioni di salute ha suscitato una tale reazione?

È una questione politica: in questo caso non si tratta di trasparenza delle procedure ma di trasparenza politica. Il medico della Clinton aveva da poco rilasciato una dichiarazione di perfetta salute. Settimana scorsa, invece, la candidata democratica ha avuto un attacco di tosse, sintomo probabilmente della polmonite che ha alla fine ammesso di avere e che anche diversi membri del suo staff a Brooklyn hanno avuto.

Si può dire che anche la gestione della crisi che la candidata ha avuto l’11 settembre sia stata poco chiara.

Esatto. Il caso dell’11 settembre è stato gestito male. Hillary Clinton, infatti, dopo essersi allontanata perché si era sentita poco bene, è sparita dai radar per molto tempo, tanto che il gruppo di giornalisti che la segue non è stato informato sui suoi spostamenti per oltre 90 minuti. Le teorie complottiste nate dopo questo fatto sono quindi uno strumento politico che ha stretti legami con il modo che staff della Clinton ha scelto per gestire questo evento.

Quali caratteristiche deve avere un candidato alle elezioni americane per essere davvero trasparente?

Il suo corpo deve essere visibile ai giornalisti che lo seguono. Questa campagna elettorale, invece, è stata profondamente caratterizzata da una scarsa visibilità dei candidati. Sia Trump che la Clinton non si sono mostrarti spesso alla stampa. Il candidato repubblicano, ad esempio, ha fatto una lista dei giornalisti che non possono entrare agli eventi a cui partecipa.
Anche Hillary Clinton è stata a lungo nell’ombra. Ad esempio, è prassi che i giornalisti al seguito del candidato si imbarchino sui loro aerei durante le trasferte. Per mesi, invece, la stampa non ha potuto seguire l’ex Segretario di Stato.

Quanto spazio hanno dedicato Hillary Clinton e Donald Trump alla trasparenza nei loro programmi elettorali?

In realtà, il tema della trasparenza diventa parte dei programmi solo se si trasforma in discussione politica. Come è successo per il caso della Clinton Foundation, la fondazione della famiglia della candidata. Essendo privata, i bilanci della fondazione non sono pubblici; questo aspetto ha fatto nascere sospetti sull’origine di alcuni finanziamenti provenienti da paesi che violano sistematicamente i diritti umani (come Kuwait, Qatar e Oman).
Altri finanziatori stranieri, invece, hanno avuto canali privilegiati al Dipartimento di Stato quando la Clinton era Segretario. Nella campagna elettorale di Trump, invece, il tema della trasparenza compare solo quando si ripropongono le polemiche sulla sua dichiarazione dei redditi. Il punto è che Trump solleva così tante questioni da far distogliere l’attenzione da questa omissione.

CC Credits foto: Darron Birgenheier via flickr

Estate 2016: i tre momenti più imbarazzanti per la trasparenza

di Martina Basile

Siamo di nuovo a settembre e come tutti, anche Diritto di Sapere torna al lavoro.
Per riprendere al meglio, vi proponiamo le tre peggiori figuracce dell’estate in termini di trasparenza.

  • Il caso RAI: quanto guadagni?

Eravamo pronti a delle cifre piuttosto alte ma forse non ci aspettavamo di vederne pubblicate così poche. Lo scorso 25 luglio la RAI, seguendo i principi di trasparenza contenuti nella riforma del servizio pubblico, ha scelto di pubblicare online i dati sugli stipendi dei propri dirigenti. Sul sito Rai.it, quindi, ecco spuntare i nomi e le cifre messe in tasca dai responsabili che negli ultimi due anni hanno guadagnato più di 200mila euro lordi l’anno (così regolamenta lo stesso sito RAI alla pagina “Rai per la Trasparenza”).

Ecco quindi messi nero su bianco gli stipendi a sei cifre di viale Mazzini, dai 650mila euro annui incassati dal direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ai 392mila del presidente RAI Pubblicità (Antonio Marano), fino ad arrivare alla medaglia di bronzo vinta da Gianfranco Cariola, direttore internal auditing responsabile per la prevenzione della corruzione, che in un anno guadagna 352mila euro. Intorno alla stessa cifra si aggirano anche i compensi dei direttori dei due principali canali, Rai 3 (Daria Bignardi) e Rai 2 (Ilaria Dallatana) che guadagnano entrambe 300mila euro. Stessi zeri anche per il compenso di Antonio Di Bella, giornalista e direttore di Rai News, che incassa attorno ai 308mila euro.

Dal giorno dell’annuncio dei compensi l’opinione pubblica si è fatta sentire con forza dando vita a un dibattito molto acceso. Sotto mira in particolare i limiti di questa “operazione trasparenza” che ha garantito accesso soltanto ai dati sugli stipendi dei dirigenti sopra i 200mila euro (94 persone su 13mila lavoratori, ovvero lo 0,7%). Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico ha, inoltre, accusato il Governo di aver fatto passare lo sforamento del tetto di 240mila euro per i manager pubblici grazie a un cavillo.

  • La trasparenza che fa tremare i sindaci di Roma e Milano

Tanto proclamata ma non sempre rispettata: torna per il neo sindaco di Roma, Virginia Raggi, l’incubo della trasparenza. Come vi abbiamo già raccontato, il sindaco Raggi era stata duramente criticata in campagna elettorale per aver omesso nel curriculum vitae il suo praticantato di tre anni presso lo studio fondato e frequentato dall’avvocato Cesare Previti. Piccole scosse, allora. Poi sono arrivate le numerose dimissioni di fine agosto e ancora, nuova grana per il neo eletto primo cittadino romano, con il cosiddetto “caso Muraro”. L’episodio in questione è quello dell’assessore all’Ambiente del Comune di Roma Paola Muraro che da luglio sapeva di essere indagata per violazione della legge sui reati ambientali. Una notizia che l’assessore sembra avere subito comunicato al sindaco, ma che è stata tenuta segreta ai cittadini romani per sette settimane, anche quando diversi giornalisti hanno fatto domande dirette sulla vicenda.

Mentre la tanto declamata trasparenza (vedi anche la loro adesione a “Sai Chi Voti“) della campagna elettorale di Virginia Raggi sembra ormai lontana, coinvolti nel “caso Muraro” anche i vertici del movimento pentastellato, inchiodati da alcuni messaggi che mostrano come, già dal 4 agosto, Luigi di Maio fosse ben a conoscenza della situazione giudiziaria dell’assessore all’Ambiente. Dubbi che si infittiscono, visto che è la stessa ex capo di gabinetto della sindaca Paola Raineri a dire, durante un’intervista a Repubblica.it, che l’assessore Muraro era andata da lei per chiederle un parere legale.

Intanto, a Milano, il sindaco Beppe Sala si trova al centro di un quesito quasi amletiano: “Omissione o falsità”, questo è il dilemma. La questione, nata da un articolo del Fatto Quotidiano e portata avanti per vie ufficiali da un esposto di Riccardo De Corato (storico vicesindaco di Milano dell’era pre-pisapia), è legata al fatto che Sala non ha dichiarato la costruzione di una villa su un suo terreno a Zoagli, in provincia di Genova, oltre ad avere omesso di possedere una casa in Svizzera. Omissione o falso? Deve essere stata la questione posta dagli inquirenti.

Già da fine luglio, tuttavia, la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del caso ritenendo le mancate dichiarazioni delle pure “omissioni da sanzione amministrativa“. Stando a questa decisione, dichiarare un terreno e dichiarare una “casa costruita su un terreno di proprietà” sono quindi la stessa cosa. Non si smette mai di imparare.

  • La terra trema, la trasparenza anche.

Ma la vera immagine di questa estate, resta il terremoto che ha colpito il centro Italia. Un caso tra gli altri, il crollo della scuola di Amatrice. Sarebbe stato importante avere accesso ai documenti con cui il Comune ha autorizzato la ditta edile che vinse l’appalto a eseguire i lavori di migliorie sismiche sulla scuola. Documenti che però non sembrano fare luce sulla situazione nemmeno alla Guardia di Finanza e anzi mettono dubbi sulla tipologia di interventi che la ditta avrebbe dovuto compiere: adeguamento o migliorie? A detta dell’imprenditore Gianfranco Truffarelli (a capo della ditta che si occupò dei lavori sulla scuola) la differenza è enorme, come spiega in un’intervista a Repubblica.it. Truffarelli sottolinea, inoltre, come gli stessi documenti fossero in teoria a disposizione della consultazione di tutti presso il Genio civile e di come il sindaco di Amatrice fosse a conoscenza dei dettagli dei lavori. Purtroppo la documentazione è ancora sepolta sotto le macerie e per avere risposte si dovrà aspettare a lungo.

In tema di ricostruzione, però, speriamo sia di buon auspicio la dichiarazione di Vasco Errani, Commissario straordinario del Governo per la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto: “Primo impegno la trasparenza”. La speranza, quindi, è che Amatrice e gli altri comuni colpiti dal terremoto non vadano incontro alla poca trasparenza che si annusò a L’Aquila dopo il terremoto del 2009 (soprattutto sull’origine e l’utilizzo dei fondi di ricostruzione).

Nel frattempo un gruppo di giornalisti, hacker, comunicatori ed esperti di open data provenienti da tutti Italia ha lanciato un’iniziativa di attivismo civico chiamata Terremoto Centro Italia. Unendo professionalità e competenze diverse, questo gruppo di volontari si è organizzato fin dalle prime ore successive al sisma per aiutare per condividere informazioni utili e verificate. Partito inizialmente come gruppo Facebook e poi come sito si propone quindi di aiutare i cittadini a ottenere la massima trasparenza su ciò che sta avvenendo nei Comuni colpiti dal sisma.

BONUS TRACK: FOIA, dov’eravamo

Intanto, in Italia si continua lentamente la marcia verso la piena applicazione del Freedom Of Information Act. Ecco un breve riassunto di cosa si è fatto e di cosa succederà:

  • Dopo essere stato adottato il 23 maggio scorso (e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 giugno), il Freedom Of Information Act è finalmente entrato in vigore il 23 giugno. Gli obblighi previsti dal decreto per le Pubbliche Amministrazione, tuttavia, saranno attivi solo dal 23 dicembre, data entro la quale l’Autorità nazionale anticorruzione dovrà pubblicare le linee guida.
  • Si è conclusa il 31 agosto la consultazione pubblica sul Terzo piano d’Azione italiano per Open Government PartnershipPer quanto riguarda la trasparenza:
    • l’azione 3 sul FOIA prevede la stesura partecipata delle linee guida per l’esclusioni e le limitazioni all’accesso civico; l’avvio del monitoraggio partecipato con la società civile.
    • l’azione 4 sull’amministrazione trasparente, invece, prevede l’elaborazione di standard per la pubblicazione dalle pubbliche amministrazioni.
    • ad agosto, il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza in cui conferma la decisione di novembre 2015 del TAR di negare la richiesta del giornalista Guido Romeo di accedere ai contratti sui derivati presso il ministero del Tesoro. Tuttavia, nella stessa sentenza, il Consiglio rimuove l’obbligo per il giornalista di pagare le spese legali imposte dal Tar.

Roma e trasparenza, le promesse di Raggi e Giachetti

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di Elisa Murgese

Lunedì 20 Roma avrà un nuovo sindaco, ma che cosa farà per la trasparenza della nuova amministrazione della capitale? Qui a Diritto Di Sapere abbiamo cercato di capire che cosa hanno in mente Viginia Raggi, che ha sbancato al primo turno con il 35,4% e Roberto Giachetti (24,8%). Come nella scelta del prossimo futuro cittadino di Milano, anche nelle amministrative della capitale ha pesato non solo il tema della trasparenza ma anche il non detto dei candidati.

Il programma di Virginia Raggi sembra uno stringato foglio di appunti – 11 “passi” per Roma – se paragonato alle oltre novanta pagine proposte da Giachetti. Ma la lunghezza si sa, non è sempre indice di approfondimento. E infatti in entrambi i programmi elettorali è difficile trovare una strategia innovativa per la trasparenza nella capitale.

La to-do list di Virginia Raggi sulla trasparenza
Per Virginia Raggi la trasparenza è uno dei primi punti, il terzo per la precisione, dopo “mobilità” e “rifiuti”. “Conti alla luce del sole” che vogliono essere un controllo sull’operato degli amministratori e limitare “gli affidamenti diretti” per fermare la corruzione, “proseguendo sulla scia di una vigilanza collaborativa con l’Anac”. E il termine trasparenza ritorna nei bandi di gara, nella gestione dei fondi e nell’assegnazione dei patrocini. “Totale trasparenza negli appalti e piena disponibilità e accessibilità dei relativi dati per tutti i cittadini – si legge sul programma elettorale della grillina – Bilancio trasparente e comprensibile finalizzato a migliorare la conoscenza dei cittadini in merito alle spese sostenute dall’amministrazione”. Ottime premesse, quindi, supportate anche da un rapido accenno a una “piattaforma di approvvigionamento elettronico centralizzata” per ricostruire “la storia di un appalto, concessione o locazione”. Un programma, rispetto alla trasparenza, che è più un elenco di cose da fare privo di un modello organizzativo. Mancanza di processi di realizzazione che vadano oltre i proclami elettorali, condivisa anche con l’aspirante sindaco del Partito Democratico. E il passaggio da dibattito delle idee a frasi retoriche è rapido.

Raggi, l’omissione del praticantato allo studio Previti
“In linea di massima gli avvocati non inseriscono nel loro curriculum gli studi nei quali fanno pratica a meno che non siano gli studi nei quali continuano a prestare lavoro”. In poche parole, i praticantati non si inseriscono nel cv. È stata questa la giustificazione della candidata grilina quando è emerso che nel suo curriculum non erano stati segnalati i suoi anni di praticantato presso lo studio fondato e frequentato da Cesare Previti. Non un’esperienza passeggera, ma una pratica legale svolta dal 2003 al 2006. Un’informazione che sembra essere ancora più rilevante, visto che la Raggi si è premurata di escludere dalla sua scheda biografica pubblica un dato importante per giudicare la sua storia professionale. Anche perché, accanto a lei nello studio di Previti, Pieremilio Sammarco stava chiedendo 20 milioni di euro di danni a Marco Travaglio e Sabina Guzzanti a causa della trasmissione Raiot, atto di citazione firmato con Stefano Previti, il figlio del più noto Cesare. Tra i consulenti esterni dello studio anche Alessandro Sammarco, avvocato difensore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Un’esperienza lavorativa, quindi, non da poco e certamente che nessun avvocato – a prescindere da giudizi di merito – riterrebbe poco importante. “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”, questa l’apertura del video di presentazione della Raggi, la stessa che ha scelto di omettere alcune voci nel presentarsi come prossimo sindaco di Roma.

Villa con piscina, i “due casaletti” di Giachetti
“Totale trasparenza su patrimonio e redditi dei dirigenti, in linea con quanto richiesto ai rappresentanti politici”, si legge sul lungo programma di Roberto Giachetti. Una formula che il candidati del Partito Democratico non sembra avere applicato per il suo patrimonio, definendo “due casaletti” quella che Il Fatto Quotidiano ha svelato essere una villa con piscina nella campagna di Subiaco. Proprietà minimizzata dall’aspirante sindaco, visto che – stando a quanto riportato dal quotidiano – i suoi fabbricati all’ombra di ulivi e nocciole nel cuore dei Monti Simbruini hanno un’estensione di oltre 650 metri quadrati, cui si devono aggiungere due ettari di terreno. Altro tentativo di trasparenza è stato fatto da Giachetti rendendo pubbliche le liste che sostengono la sua candidatura, anticipandoli anche alla Commissione antimafia. Peccato che nella pagina dedicata a queste liste (Liste Pulite – sindaco Giachetti) non ci sia altro che dei nomi con data di nascita, privi di qualunque altra informazione che possa fare conoscere i suoi sostenitori.

Candidato Pd e l’Open data officer
Omissioni a parte, il candidato del Pd sostiene di volere una trasformazione della capitale in forma trasparente. “Garantiremo la massima trasparenza e la piena informazione on line sulle attività delle aziende che erogano servizi alla città – si legge sul programma di Giachetti – e introdurremo, dove non presente, il bilancio sociale di ogni società”. Rispetto al programma della sfidante, in quello del candidato del Pd è introdotta una nota pratica, con il rilancio del progetto Open data del Comune, con l’introduzione della figura dell’Open data Officer per rendere “pubblici e facilmente monitorabili tutti i dati dell’Amministrazione e delle società partecipate (risorse assegnate e spese, ambiti tematici, soggetti attuatori e tempi di attuazione, pagamenti)”. Tanto che già dai primi 100 giorni di mandato, il candidato promette di avviare un programma di monitoraggio, scegliendo 50 procedimenti “per eliminare lentezze, duplicazioni, inerzie”.

L’appoggio alla campagna “Sai chi voti”
Certo è che i candidati romani, a confronto con quelli milanesi, hanno fatto un passo in più rispetto alla trasparenza. Non solo hanno accettato entrambi di aderire a “Sai chi voti” – campagna promossa anche da Diritto di Sapere che ha chiesto loro di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario ed eventuali conflitti di interessi – ma hanno anche sottoscritto il quarto e decisivo punto dell’iniziativa. Sia Virginia Raggi che Roberto Giachetti, infatti, si sono impegnati a deliberare nei primi 100 giorni di amministrazione l’adozione del metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi o società partecipate del Comune. Essendo una scelta condivisa da entrambi i candidati, questa dovrebbe essere al momento una novità certa per il Comune della capitale. Resta solo da vedere come sarà applicata dal futuro sindaco e se sarà effettivamente applicata entro i primi tre mesi di governo.

Milano, chi è più trasparente tra Sala e Parisi?

Beppe Sala Stefano Parisi

di Elisa Murgese

A Milano la lotta per apparire il candidato più trasparente ha rischiato di mettere in ombra perfino i programmi elettorali. Perché non basta citare 29 volte il termine “trasparenza” nel proprio programma, come ha fatto il candidato di centrodestra Stefano Parisi, o dichiarare di volere un Freedom of Information Act all’americana, ma ritardare la pubblicazione dei bilanci da Mister Expo o omettere di possedere una casa in Svizzera. In una campagna elettorale intessuta di reciproche frecciatine in nome della trasparenza, inevitabile fermarsi a osservare non solo quanto riportato nei programmi elettorali, ma anche gli “scivoloni” dei due candidati milanesi. Perché più che una sfida, il ballottaggio del 19 giugno sarà un vero testa a testa, visto che è meno di un punto percentuale a separare Giuseppe Sala (centrosinistra – 41,7% dei voti) da Stefano Parisi (centrodestra – 40,8%).

Sala, l’unico a citare il Freedom of Information Act
Si può cercare nei programmi di tutti coloro che erano candidati sindaco a Milano, Roma e Napoli, per citare i Comuni più importanti, ma solo in quello di Giuseppe Sala si troverà il termine Freedom of Information Act. Anticipato dallo slogan: “Il Comune di Milano deve essere una casa di vetro”, Mr Expo dichiara di volere utilizzare il modello del Foia americano per garantire l’accessibilità “a chiunque” e “senza motivazione” a informazioni e documenti relativi alla pubblica amministrazione, esclusi i dati sensibili o sotto segreto. Oltre alle richieste, Beppe Sala si impegna a pubblicare on line i documenti più importanti (contratti, appalti, curriculum dei dirigenti). Anche se la trasparenza non è indicata tra gli strumenti con cui combattere la corruzione, l’ex numero uno dell’Esposizione Universale vorrebbe mettere sul sito comunale un’indicatore che permetta di gettare un occhio all’interno della macchina amministrativa, per sapere quanto denaro pubblico è stato speso, futuri investimenti, mobilità e assenza dei dipendenti.

E le omissioni di Mr Expo
Gli impegni sono chiari, ma di quale natura saranno le informazioni disponibili ai cittadini? Sul sito della sua campagna elettorale, per esempio, Beppe Sala ha sì pubblicato il suo curriculum, ma si tratta di poche note biografiche, dove non è facile rintracciare conflitti di interesse o partecipazioni in società. Non è chiaro neppure come Beppe Sala stia finanziando la sua campagna elettorale, mancata trasparenza che condivide appieno con Parisi. In quanto a omissioni, però, si deve dire che l’ex-commissario dell’Esposizione Universale ne ha collezionate di più del manager di centrodestra.

Polemica sul ritardo del bilancio di Expo, omissione di essere proprietario di una casa in Svizzera (che invece, come amministratore di un’azienda pubblica, aveva l’obbligo di dichiarare) e di una villetta ligure a Zoagli. “Dimenticanze” che hanno poi portato il candidato di centrosinistra a pubblicare nel dettaglio le sue dichiarazioni dei rettiti degli ultimi cinque anni, una mossa seguita anche da Stefano Parisi che però ha scelto – non è chiaro se per renderla più leggibile al grande pubblico o meno specifica per gli addetti ai lavori – di non pubblicare una versione originale ma di trascriverne il contenuto. Un link alla dichiarazione dei redditi completa è presente, ma solo relativa all’ultimo anno.

Parisi, il grande assente in “Sai chi voti?”
E mentre i due manager si battagliano a colpi di dichiarazioni dei redditi, sul programma elettorale del candidato di centrodestra Stefano Parisi restano in bella mostra le parole “semplificazione” e “trasparenza”. Certo, per leggerle si deve aspettare il nono punto di un programma che si apre con altri due termini chiave: “Sicurezza” e “legalità”. Un obiettivo chiaro: “Assicurare completa trasparenza, tracciabilità e tempi certi a tutte le procedure comunali”, “regolare pubblicazione di dati, bilanci (con spiegazione comprensibile) e informazioni rilevanti” oltre alla “trasparenza in merito alle attività professionali svolte, ai redditi, agli incarichi ricevuti, a eventuali conflitti d’interesse e alle fonti di finanziamento dell’attività politica”.

Anche rispetto alle spese di Palazzo Marino, Parisi ha promesso di trasformare i conti del Comune “da bilancio finanziario illeggibile a bilancio economico”. Ci si chiede quindi perché Parisi sia stato l’unico candidato sindaco di Milano (insieme ai minori Natale Azzaretto del Partito Comunista dei Lavoratori e Nicolò Mardegan di Noi per Milano) ad avere scelto di non rendere trasparente le sue mosse politiche partecipando a “Sai chi voti”, campagna promossa anche da Diritto di Sapere. In altre parole, il manager di centrodestra si è rifiutato di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario e conflitti di interesse. Un’assenza che pesa, visto che dei candidati finiti in ballottaggio a Milano, Torino, Roma e Napoli, Parisi è l’unico ad avere scelto di non appoggiare l’iniziativa. Al contrario, Beppe Sala ha reso pubblici i suoi dati, seppur con un’eccezione: un secco “no” sul quarto punto, quello con cui si chiedeva al futuro primo cittadino di introdurre entro i primi 100 giorni di amministrazione il metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi e società partecipate. Su questo punto, almeno, i due manager milanesi sembrano essere perfettamente d’accordo.