Rassegna DDS: Sunshine Week, big data e il valore degli hackathon

Questa settimana è la Sunshine Week che celebra accesso e trasparenza, ma il menù della rassegna è ricco: si parla di big data, economia e istituzioni alle prese con innovazione e dataset. Ma attenzione: hackathon e affini sono tutt’altro che una panacea per i problemi che le istituzioni devono affrontare…

  • Hacker, dati e pizza: la ricetta perfetta per risolvere un problema? Non proprio: gli hackathon sono incontri che portano numerose opportunità per il cambiamento, ma non sono la panacea per risolvere problemi di ampia scala. Anzi, partire dai dati e non dalle domande è un modo di pensare che porta a risultati falsati. Un articolo della Harvard Business Review prova a mettere ordine.
  • Una legge sugli open data (e molto altro) per New York. Mille dataset in formato machine-readable, una piattaforma open data e una legge sui dati. Ma è solo l’inizio per New York, una delle città più all’avanguardia su questi temi. E che non ha intenzione di fermarsi, leggere per credere.
  • Sunshine Week 2013. La Sunshine Week è un’iniziativa per promuovere in tutto il mondo i temi dell’accesso, della trasparenza e dell’accountability. Quest’ anno si svolge dal 10 al 16 marzo. Ecco le principali iniziative.
  • Big data e giornalismo: presto intervisteremo database? Kenneth Cukier, co-autore di “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work and Think” spiega che l’accesso a grandi quantità di dati porrà nuovi problemi ai giornalisti nello studio delle correlazioni tra dati. Bisognerà imparare a lavorare con grandi quantità “confuse” di dati, rispetto alle piccole e ordinate quantità a cui siamo abituati. Finiremo per intervistare dei database?
  • AAA Civic Hacker Cercasi per la Casa Bianca. Ancora cinque giorni per diventare Innovation Fellows alla Casa Bianca. Ma chi stanno cercando? Ecco i nuovi progetti e le iniziative in corso.
  • Misurare gli open data in termini economici. Ora anche le grosse società finanziarie e di consulenza iniziano a fare i conti

 

Trasparenza, accesso e open data: la rassegna DDS

Navigare tra le informazioni è complicato: sui temi di accesso, trasparenza e open data ci sono così tante articoli interessanti che è difficile tenere traccia di tutti. Da oggi, ogni settimana, cercheremo di aiutarvi, selezionando quelli per noi più interessanti e ve li riproporremo in breve.

Ovviamente segnalateci nei commenti o via email quello che trovate in rete. Li integreremo nella nostra rassegna.

Quella di oggi è dedicata agli open data:

  • I primi frutti dell’Open Data Day. Avete partecipato all’Open Data Day? Se sì, eravate in ottima compagnia in tutto il mondo. Alcuni dei progetti intrapresi sono ancora in corso. Eccone alcuni che sono stati completati durante la giornata mondiale dei dati aperti.
  • Da Obama 2012 a New York, i dati sono strategici. La campagna di Barack Obama nel 2012 ha usato al meglio i dati a propria disposizione per prendere decisioni e organizzare azioni sul territorio: ora lo stesso principio verrà utilizzato dalla città di New York.
  • Dati pubblici e scoop: istruzioni per l’uso. I dati pubblici sono preziosi per creare scoop e titoli di giornale. Ecco qualche consiglio ai giornalisti su come usarli al meglio (e qualche buon motivo per usare diritto di accesso e open data!).
  • Aiutare i senzatetto… con gli open data! Si tratta di quello che sta provando a fare la città di Vancouver. Lo racconta David Eaves, esperto di open data e residente di Vancouver.
  • Più dati per tutti. Migliaia di dati pubblici, set di dati di tutti i tipi e in varie forme in una lista assai fornita. Buon “data-crunching”!

Open Data Day a Bologna: come è andata

In un giorno così forse nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita dell’Open Data Day a Bologna.

Sabato mattina, e non uno qualsiasi. Il sabato prima di quelle che da molti commentatori politici sono state considerate le elezioni più importanti degli ultimi decenni per l’Italia (e, per un certo equilibrio politico ed economico, per tutta l’Europa).
In più, un sabato con una neve fitta che a Bologna non si vedeva da un po’, di quella che si appiccica alle scarpe e ti sale fredda fin dentro le narici. Gli scettici sarebbero rimasti rintanati in casa davanti a una bevanda calda. I pigri si sarebbero voltati dall’altro lato nel letto, attorcigliandosi nel piumone. Ma gli attivisti si sarebbero presentati puntuali all’appuntamento delle 10 presso lo Urban Center di Sala Borsa a Bologna.

È iniziata così la nostra giornata del 23 febbraio per parlare di open data e, estendendo il campo, di accesso alle informazioni pubbliche, in collaborazione con Hacks/Hackers Bologna.
Un gruppo di cittadini attenti e attivi ha preso parte alla mattinata, che aveva l’intento di spiegare cosa è l’accesso e di dare indicazioni utili e concrete su come “sporcarsi le mani” con le richieste di dati alle pubbliche amministrazioni. La  formula è quella del Requestathon, che Diritto di Sapere sta cercando di portare in giro per l’Italia in numerosi e differenti contesti: quali sono i diritti del cittadini, come presentare le proprie richieste d’accesso e a chi, e con quali modalità?

La giornata è stata aperta dai saluti delle istituzioni ospitanti. Prima Dimitri Tartari, del Coordinamento del Piano Telematico della Regione Emilia-Romagna, e poi Matteo Lepore, assessore alla Comunicazione, Tecnologie, Relazioni Internazionali e Marketing Territoriale con delega per gli Open Data del Comune di Bologna, hanno sottolineato il loro impegno come rappresentanti di pubbliche amministrazioni al rilascio di dati aperti. Un impegno che non finisce con la pubblicazione di dataset liberamente fruibili dai cittadini e che si muove in qualche modo dall’alto verso il basso, ma anche uno sforzo a essere bravi ascoltatori delle esigenze che provengono dal basso, dimostrandosi sensibili alle richieste dei dati che servono alla cittadinanza.

Perché i cittadini hanno bisogno di avere i dati pubblici a loro disposizione?

Per molti e vari motivi: per un controllo dell’operato delle pubbliche amministrazioni, per creare nuove risorse economiche attraverso la creazione di applicazioni che usano questi dati, ma anche per raccontare storie. Storie di numeri e dati, ma soprattutto storie di persone che si nascondono dietro quei dati. È stata Elisabetta Tola, giornalista scientifica e co-fondatrice di Hacks/Hackers Bologna, a illustrare cosa sono gli open data e quali i possibili utilizzi per tutti i cittadini (qui la sua presentazione).

Ma il dato aperto da solo non basta.

Open Data Day: ci vediamo a Bologna il 23 febbraio!

Sabato 23 febbraio in tutto il mondo si parlerà di open data… ma soprattutto si “farà” open data!
Questo è l’obiettivo dell’Open Data Day, un incontro di cittadini per lavorare sugli open data: per capire a cosa serve “aprire i dati”, per creare applicazioni e visualizzazioni e per chiedere all’amministrazione l’adozione di politiche di apertura e trasparenza. Il tutto in un contesto informale, con voglia di collaborare e imparare.

Diritto Di Sapere c’è! Con Hacks and Hackers Bologna abbiamo organizzato una Requestathon per mostrare a tutti gli interessati a cosa può servire l’accesso agli atti in pratica e quali sono le informazioni a cui possiamo accedere e perché sono importanti per i cittadini.

…ehi, ma cosa è una Requestathon?

Semplice: vi mostreremo come fare richieste di accesso ai dati non ancora disponibili, con esempi e assistenza per la compilazione delle richieste da parte del gruppo di Hacks&Hackers Bologna e del team e degli esperti legali di Diritto Di Sapere.

L’incontro si svolgerà dalle 10 alle 13, presso l’Urban Center – Sala Borsa di Bologna e ha il supporto e l’adesione del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna. Questo è il programma della giornata.

Se siete interessati a saperne di più, ecco gli eventi dell’OpenDataDay in tutto il mondo (in Italia sono previsti incontri in diverse città). Se volete dare una mano date un’occhiata al wiki.

Se volete maggiori informazioni sull’incontro di Bologna, scriveteci… e ci vediamo sabato!

Legge 190: c’è odore di Foia e di trabocchetto

Il Consiglio dei Ministri del 22 gennaio ha preso decisioni rilevanti per la trasparenza e l’accesso varando i decreti attuativi della legge 190/2012, il testo varato lo scorso novembre per combattere la corruzione nella Pubblica Amministrazione. La comunicazione è stata magistrale e nella stampa generalista (per es.io Repubblica, ma il taglio è analogo a quello di altre testate) il testo è stato presentato come il tanto atteso Freedom information act italiano. Lo stesso Patroni Griffi lo aveva promesso lo scorso dicembre durante una tavola rotonda all’Open Government Summit di Roma.

Il provvedimento è stato accolto con un mix di reazioni (incoraggiante Agorà Digitale, scettico Guido Scorza su Il Fatto Quotidiano.it, critici Ernesto Belisario su Wired.it e il movimento Foia.it sostenuto anche da Diritto Di Sapere).

In realtà oggi è ancora difficile commentare con cognizione di causa perché non il testo uscito dal CdM non è ancora disponibile. Bisogna accontentarsi del comunicato e del testo che sappiamo presentato al Consiglio (qui la sintesi).

Qui a Diritto Di Sapere le reazioni sono ambivalenti. Diciamo subito che siamo ancora ben lontani dal Foia americano perchè il testo – almeno quello entrato in CdM – punta soprattutto a rendere più trasparente l’operato delle PA, ma ci sono tantissime altre applicazioni del Foia che rimangono scoperte (basti pensare ai dati sui voli della Cia, a dati sulla sanità e altro ancora che sono stati alla base di molte grandi inchieste oltreoceano, ma non sembrerebbero poter rientrare nell’accesso garantito dalla 190).

Detto questo, fatta la tara dell’interesse di creare hype con un annuncio del genere proprio in campagna elettorale, è positivo che una legge sulla trasparenza non rimanga solo annuncio.

Rimangono però alcuni punti che troviamo preoccupanti:

1. L’accesso civico: è una delle innovazioni centrali del provvedimento. Resta da vedere come sarà formulato nel testo finale perchè sempbra andare a smontare l’art. 22 della legge 241/90 (la vera “polpetta avvelenata” della nostra legge italiana sull’accesso).

2. C’è un limite all’obbligo di pubblicazione: cinque anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla pubblicazione. Nel migliore dei casi 6 anni di pubblicazione al massimo. Perché si pensa a queste economie nell’era del digitale e cosa succede dopo? Ricadono di nuovo sotto la 241?

3. Non è chiara la sanzione per chi non pubblica. Nel provvedimento di Passera (il famoso articolo 18 del Ddl sviluppo che impone la pubblicazione di tutte le spese pubbliche sopra i 1000 euro) i contratti i cui importi non vengono pubblicati non hanno valore e sono impugnabili. Alcuni hanno detto che questo comma è un devastante per le PA, ma sicuramente è un deterrente. Come funzionerà con la 190? Bisognerà ricorrere al Tar per quello che non viene pubblicato? Non è una strada nè pratica nè democratica.

4. Che cosa succederà ora agli attuativi del Ddl sviluppo? C’è, per alcuni, il rischio che il loro passaggio in CdM perda di urgenza. Un’azzoppatura dell’articolo 18 sarebbe un danno gravissimo.

Nelle prossime settimane ci saranno però dati interessanti con cui confrontare i provvedimenti e, soprattutto, le reazioni delle PA. Dalla settimana della trasparenza lanciata da Agorà Digitale, al monitoraggio sull’accesso che Diritto Di Sapere ha lanciato la settimana scorsa e darà i primi risultati a marzo.

 

 

 

LegalLeaks: il primo manuale sull’accesso all’informazione per cittadini e giornalisti (in CC da scaricare)

Come si scrive una richiesta di accesso alle informazioni del mio Comune o della mia Regione? E a un Ministero? Posso richiedere dati anche sulle società controllate dallo Stato?

LegalLeaks è pubblicato con licenza Creative Commons

È a queste domande che vuole rispondere LegalLeaks, il primo manuale sull’accesso all’informazione dedicato a cittadini e giornalisti. L’edizione italiana è scaricabile qui. Il testo è scritto in maniera semplice e diretta per rispondere alle domande più immediate dei non addestti ai lavori, ma comprende anche riferimenti alla legislazione e strumenti di approfondimento. In Italia, infatti, non esiste un Freedom of information act come nei Paesi scandinavi, in Usa e in Gran Bretagna, ma c’è una regolamentazione per l’accesso che può essere utilizzata.

LegalLeaks è pubblicato in licenza Creative Commons ed è stato completato da Diritto Di Sapere in collaborazione con la rete LegalLeaks, con Access-Info Europe e grazie al sostegno della Open Society Foundations. Prezioso, sul fronte legale, è stato il contributo di Ernesto Belisario, avvocato e fondatore dell’Associazione italiana per l’Open Governement e di Luca Bolognini, avvocato e presidente dell’Istituto italiano per la privacy. Un grazie di cuore va alla cura (e alla pazienza) di Lorenzo Rabaioli che ha impaginato il manuale.

Nei prossimi giorni il manuale LegalLeaks sarà utilizzato da 60 tra giornalisti, blogger, cittadini e associazioni durante i workshop di monitoraggio organizzati da Diritto Di Sapere a Milano e Roma.

I risultati del monitoraggio, disponibili in primavera, permetteranno di misurare sul campo il diritto di accesso degli italiani e confrontare il nostro Paese a livello internazionale.

La genealogia filosofica che ha portato alla nascita di Diritto Di Sapere risale al padre del giornalismo di precisione Philip Meyer e ai Civic Media su cui lavorano sia l’Mit negli Usa che la Fondazione Ahref di Trento. Una riflessione è qui.

Agenda Monti: una riforma dell’accesso nei primi 100 giorni?

@SenatoreMonti propone l’adozione di un Freedom of information act sul modello americano.

Mario Monti (ora anche su twitter: @SenatoreMonti) scende in campo e nella sua agenda per l’Italia  ha raccolto talmente tante idee, da farla sembrare un libro dei sogni. Ma l’agenda vuole essere una bussola e perciò è giustamente ambiziosa. A pagina 6 c’è una proposta che speriamo davvero non rimanga solo un’ambizione. Riprendendo quanto già lanciato dal movimento Foia.it a cui ha aderito anche Diritto Di Sapere, e alle idee circolate anche durante le primarie del Pd da Renzi, Monti scrive che:

«Deve essere introdotto un principio generale di trasparenza assoluta della pubblica amministrazione, secondo il modello del Freedom of Informaton Act degli Stati Uniti e del Regno Unito».

La priorità del tema sembra alta e sarebbe interessante se nella consultazione che Monti vorrebbe lanciata nei primi 100 giorni del suo prossimo governo, si toccasse anche questa riforma dell’accesso.

Qualunque sia la composizione del prossimo governo italiano è sicuramente auspicabile un’azione di questo genere, pienamente in linea con le basi dell’open governement e con l’idea di democrazia avanzata che auspichiamo l’Italia diventi.

 

Il diritto di accesso alla prova delle primarie

Alla vigilia delle primarie Wired.it ha interrogato i candidati del centrosinistra su diversi punti legati e tecnologie, digitale e nuovi diritti. Non poteva mancare una domanda sull’open government che si è rivelata utilissima per capire come i quattro (Tabacci non ha risposto) interpretano il diritto di accesso. Le risposte sono a tratti simili (Vendola, Renzi e Puppato rilanciano tutti su un Freedom of information act italiano), ma svelano un’idea un po’ involuta e di circostanza su che cosa va fatto in Italia sul fronte della trasparenza.

Ecco una valutazione sintetica e un po’ di factchecking.

Nichi Vendola mette avanti la trasparenza e cita l’approvazione di una legge regionale sulla trasparenza totale. Ad oggi questa legge non ci risulta in funzione, anzi, la sua attuazione  sembra incontrare diversi ostacoli. Soprattutto, parlando di trasparenza, Vendola fa di tutt’erba un fascio mettendo insieme open data e open software che sono cose ben diverse. Buona però la sua invocazione di un open gov qui e ora.

Laura Puppato invoca una legge di accesso anche in Italia. Peccato che ci sia già e sia la 241/90. I dati della PA che diventano “social” non si capisce che cosa siano. Chiede uno Stato che sia una scatola di vetro (chiaramente questo non è possibile: ci sono le leggi sul segreto militare) e l’apertura degli archivi storici. Tutto sommato sembra avere buone intenzioni, ma appare poco pragmatica e con una scarsa conoscenza del tema specifico.

Matteo Renzi è il migliore sul piano comunicativo e si sente. Usa termini aggiornati e cita la sua esperienza di trasparenza al Comune di Firenze, effettivamente all’avanguardia sul fronte open data. Buono il riferimento al Foia americano, ma da focalizzare meglio. Con la squadra giusta intorno potrebbe fare meglio.

Pierluigi Bersani inciampa subito e inquadra l’open governement come un tema di riforma della Pubblica amministrazione. Come esperienza cita lo sportello unico per le imprese tradendo così un’idea molto riduttiva di cosa debba essere il suo “governo aperto”. L’accostamento tra open gov e progetti IT è inquietante, quasi degno del Terzo segreto di satira. È quello che cerca di essere più preciso, ma risulta talmente datato da esser fuori tema.

Qual è il vero costo dell’accesso all’informazione?

La capacità dei cittadini di accedere alle informazioni raccolte dal proprio governo non è solo uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto dall’Osce e da altre istituzioni.

L’accesso all’informazione è oggi un prezioso e riconosciuto indicatore della democrazia di un Paese. Un tema che però viene spesso sollevato durante le discussioni su misure e leggi da applicare nella transizione verso modelli di governo più aperti e trasparenti (in particolare da chi tende a limitare il diritto di accesso) è il costo dell’accesso agli atti rispetto alla loro reale efficacia nel creare trasparenza.

È un argomento importante, ma spesso liquidato in modo superficiale, senza approfondire i fattori che intervengono nel processo e il peso che hanno in questo tipo di analisi.

In queste settimane se ne sta parlando in Australia, dove, a due anni esatti dalla modifica del proprio Freedom of Information Act, il governo australiano ha stabilito che nei prossimi mesi verrà condotto uno studi per stabilire l’efficacia della legge, creata a livello federale nel 1982 (i singoli stati l’hanno poi adottata in diversi momenti nei successivi dieci anni).

Il ministro Roxon ha dichiarato che «circa 41 milioni di dollari australiani (più o meno 33 milioni di euro) dei contribuenti sono stati spesi nel 2011-2012 per valutare e dare risposta alle richieste di accesso», spiegando che l’obiettivo è di capire anche come i costi possano essere ridotti, dato che c’è stato un incremento di 5 milioni rispetto all’anno precedente (quasi +18%). La cifra sembra enorme, ma fatti i conti per poco più di 22 milioni di australiani, viene un costo procapite di circa un euro e mezzo.

L’aumento, nota il giornalista Paul Farrell su New Matilda, c’è stato e riguarda principalmente questioni non legate a un interesse personale, bensì richieste presentate da giornalisti e politici riguardo documenti di pubblico interesse: insomma, l’aumento dei costi è dovuto proprio a richieste che servono a perseguire maggiormente interessi pubblici e trasparenza amministrativa.

L’analisi dei costi è un’opportunità o un rischio? L’opportunità di verificare i costi di una legge è senza dubbio benvenuta, ma proprio grazie agli attori istituzionali potrebbe trasformarsi in un’arma contro il FOIA stesso.

All’inizio del 2012, infatti, l’OAIC, l’ufficio del Commissario per l’Accesso all’Informazione in Australia, ha pubblicato uno studio in cui proponeva diverse misure, che avrebbero il sicuro effetto di scoraggiare le richieste: tra queste un ulteriore intervallo di 30 giorni dalla richiesta che servirebbe all’agenzia interessata per decidere se rilasciare le informazioni in modo proattivo o meno. In alternativa, ci sarebbero costi dai 50 ai 100 dollari da pagare.

Un esame sull’efficacia della legge è stato già effettuato nel Regno Unito nei mesi scorsi, anche qui con particolare focus sull’impatto economico.
La commissione incaricata ha stabilito che i costi non sono eccessivi, rispetto all’efficacia (e infatti non ne suggerisce l’incremento).

Restano, tuttavia, preoccupazioni sul tempo e l’impegno da parte della pubblica amministrazione: al momento, scrive Martin Rosenbaum, l’esperto della BBC sul tema, la maggior parte delle agenzie governative possono rifiutare richieste che comportano l’impiego di più di 18 ore per la ricerca e relativa risposta.

La commissione ha quindi proposto di tagliare la quota a 16 ore. Specificando, però, che nel computo non entrerebbe il tempo impiegato per decidere se le informazioni richieste rientrano nelle categorie di accesso, così come invece prospettato da alcuni oppositori del FOIA. Insomma, 16 ore di tempi tecnici e non di  tempi decisionali (difficilmente calcolabili).

Il costo economico viene spesso ricordato come uno dei principali ostacoli a una implementazione piena ed efficace delle leggi sull’accesso e spesso le istituzioni se ne avvalgono come una sorta di scudo rispetto alle richieste.

Non si parla però abbastanza del costo sociale dell’accesso – e soprattutto del costo del mancato accesso. Per quanto meno facilmente quantificabile, il costo sociale ha numerose potenziali ricadute negative sulla società e sul rapporto dei cittadini con le istituzioni: l’accesso agli atti amministrativi, infatti, può ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta alla corruzione e, di conseguenza, di aumento di fiducia nelle istituzioni.

Lo illustra bene un recente rapporto di Transparency International Italia:

La possibilità di accesso a informazioni complete e gratuite è un requisito fondamentale sia per il buon funzionamento dei processi democratici che per un efficace contrasto dei fenomeni corruttivi. Se in Italia la quantità di informazioni disponibili al pubblico risulta sin troppo elevata, tuttavia la qualità è spesso scadente o non in linea con i migliori standard europei. […]

Le ONG e i media che si occupano del tema non sono in grado di recuperare, scoprire e diffondere al grande pubblico informazioni sui fattori chiave che riducono l’integrità del sistema del Paese e, se è vero che Internet può giocare un ruolo fondamentale nel colmare questo gap, almeno parzialmente, il digital divide che affligge l’Italia diventa un limite strutturale a questa sua funzione.

Insomma, quando si parla di bene pubblico – e l’informazione detenuta dalla P.A. certamente lo è – gli elementi in gioco non possono essere mai considerati alla stregua di semplici problemi aritmetici.

Matteo Renzi e quel pericoloso malinteso sulla trasparenza

Confesso che ieri sera, al primo confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra speravo qualcuno giocasse la carta della trasparenza in maniera più decisa. Non lo hanno fatto, ma il tema ricorre nel discorso politico e la richiesta da parte della società civile cresce.
Un buon termometro su questo fronte è stato l’Open government summit di qualche giorno a fa a Roma. È stata l’occasione di ascoltare in prima persona come alcuni decisori pubblici interpretano l’open government e in particolare il diritto di accesso all’informazione.
Il tema del diritto di accesso è stato in realtà il punto di partenza della giornata visto che, moderando il primo panel della mattinata non potevo che richiamare il “right to information” come uno dei fondamenti più importanti della trasparenza di cui oggi tanto si parla sia in nella cronaca (per invocarla) che nei programmi politici (per prometterla).
Il Ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi, messo alle strette da Alessandro Gilioli de L’Espresso, si è lasciato andare a una dichiarazione sulla possibilità imminente di avere un “freedom of information act” italiano, o meglio «qualcosa del genere…». L’ambizione, ha chiarito il ministro, è di pubblicare online tutti i dati della pubblica amministrazione.
Grazie a Twitter, dove #ogs12 era diventato rapidamente trending topic, al Ministro ha fatto subito eco Matteo Renzi invocando – via social – una «trasparenza totale secondo il Freedom of Informatio Act»
e allegando uno stralcio delle sue idee di programma (attendiamo il programma vero e proprio) che appunto recita: «documenti e informazioni della Pubblica Amministrazione devono essere accessibili on line per chiunque, senza richiesta motivata».
Posto che in Italia il diritto di accesso all’informazione dei cittadini va certamente riformato (è la missione di Diritto Di Sapere), è preoccupante vedere che il “Freedom of information act” venga citato in modo così bislacco…
L’ottima Giulia Barrera, parte del movimento Foia.it ha cercato di mettere un po’ di punti sulle “i” ma sembra chiaro che sia Patroni Griffi che Renzi non hanno veramente letto, nè riflettuto molto su come funziona il principio del diritto di accesso all’informazione.
Il risultato è un malinteso molto pericoloso: il Foia non impone di pubblicare tutto online: sarebbe impossibile e affogare nell’informazione è spesso uguale a non averla… Piuttosto permette ai cittadini di ottenere, dietro richiesta, accesso ai documenti che richiedono.
In tutto il mondo le varie leggi sul diritto di accesso, le cosiddette “freedom of information laws”, regolano la trasparenza “reattiva” ovvero quando e come un’amministrazione deve rispondere alla richiesta di un cittadino.
La pubblicazione online, invece, non è altro che una trasparenza “proattiva” in cui l’amministrazione sceglie cosa pubblicare (tipicamente il bilancio, i dati ambientali su qualità dell’aria e tutti gli open data che oggi sono così di moda). Di questo genere di trasparenza si parla nella legge anticorruzione e nel famoso articolo 18 del decreto Passera.
Tra trasparenza proattiva e reattiva c’è perciò una bella differenza e giuristi (Patroni Griffi è magistrato) e amministrativisti dovrebbero conoscerla bene.
La distinzione è importante perché una buona regolamentazione della trasparenza reattiva è la migliore (e forse l’unica) garanzia di una una democrazia davvero trasparente.
(In Italia è la legge 241/90, che ha diversi punti da aggiornare, come abbiamo spiegato qui).
Eppure il materiale è abbastanza facilmente consultabile. Se parliamo del Foia americano (gli Usa sono sicuramente il paese più citato sull’accesso all’informazione, ma certamente meno avanzati dei Paesi scandinavi che hanno inventato il principio nel 1700) la pagina del dipartimento della Giustizia è molto chiara:«The Freedom of Information Act (FOIA) provides that any person has a right, enforceable in court, to obtain access to federal agency records».