#Salviamogliopendata (e una rettifica per amor di trasparenza)

Agorà Digitale ha completato un lavoro importante con la sua Settimana della trasparenza

Il profondo rosso della trasparenza italiana
Il profondo rosso della trasparenza italiana

(il rapporto, da cui è tratta anche l’immagine a fianco, è qui) pubblicando un vastissimo monitoraggio sulle spese della Pubblica Amministrazione. Ne scrive attentamente Virginia Fiume su Nòva24-Il Sole24Ore citando Diritto Di Sapere per il nostro impegno nella promozione – insieme a molti altri riuniti nel movimento Foia.it – per una riforma della legge italiana sull’accesso all’informazione (la “terribile” 241/1990).

Dobbiamo ringraziare Virginia per l’attenzione ma anche fare una precisazione. Diritto Di Sapere non ha in alcun modo contribuito all’inchiesta di Bloomberg sui derivati della città di Cassino. Una breve descrizione dell’inchiesta è tra i nostri casi di studio e dobbiamo confessare che il lavoro dei due giornalisti di Bloomberg, Elisa Martinuzzi e Lorenzo Totaro, è stata un’importante fonte di ispirazione per lanciare DDS.

Non abbiamo in alcun modo contribuito a ciò che hanno fatto, ma speriamo di aiutare altri a imboccare con successo la stessa strada. Per migliorare il giornalismo e la democrazia italiana.

 

 

Legge 190: c’è odore di Foia e di trabocchetto

Il Consiglio dei Ministri del 22 gennaio ha preso decisioni rilevanti per la trasparenza e l’accesso varando i decreti attuativi della legge 190/2012, il testo varato lo scorso novembre per combattere la corruzione nella Pubblica Amministrazione. La comunicazione è stata magistrale e nella stampa generalista (per es.io Repubblica, ma il taglio è analogo a quello di altre testate) il testo è stato presentato come il tanto atteso Freedom information act italiano. Lo stesso Patroni Griffi lo aveva promesso lo scorso dicembre durante una tavola rotonda all’Open Government Summit di Roma.

Il provvedimento è stato accolto con un mix di reazioni (incoraggiante Agorà Digitale, scettico Guido Scorza su Il Fatto Quotidiano.it, critici Ernesto Belisario su Wired.it e il movimento Foia.it sostenuto anche da Diritto Di Sapere).

In realtà oggi è ancora difficile commentare con cognizione di causa perché non il testo uscito dal CdM non è ancora disponibile. Bisogna accontentarsi del comunicato e del testo che sappiamo presentato al Consiglio (qui la sintesi).

Qui a Diritto Di Sapere le reazioni sono ambivalenti. Diciamo subito che siamo ancora ben lontani dal Foia americano perchè il testo – almeno quello entrato in CdM – punta soprattutto a rendere più trasparente l’operato delle PA, ma ci sono tantissime altre applicazioni del Foia che rimangono scoperte (basti pensare ai dati sui voli della Cia, a dati sulla sanità e altro ancora che sono stati alla base di molte grandi inchieste oltreoceano, ma non sembrerebbero poter rientrare nell’accesso garantito dalla 190).

Detto questo, fatta la tara dell’interesse di creare hype con un annuncio del genere proprio in campagna elettorale, è positivo che una legge sulla trasparenza non rimanga solo annuncio.

Rimangono però alcuni punti che troviamo preoccupanti:

1. L’accesso civico: è una delle innovazioni centrali del provvedimento. Resta da vedere come sarà formulato nel testo finale perchè sempbra andare a smontare l’art. 22 della legge 241/90 (la vera “polpetta avvelenata” della nostra legge italiana sull’accesso).

2. C’è un limite all’obbligo di pubblicazione: cinque anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla pubblicazione. Nel migliore dei casi 6 anni di pubblicazione al massimo. Perché si pensa a queste economie nell’era del digitale e cosa succede dopo? Ricadono di nuovo sotto la 241?

3. Non è chiara la sanzione per chi non pubblica. Nel provvedimento di Passera (il famoso articolo 18 del Ddl sviluppo che impone la pubblicazione di tutte le spese pubbliche sopra i 1000 euro) i contratti i cui importi non vengono pubblicati non hanno valore e sono impugnabili. Alcuni hanno detto che questo comma è un devastante per le PA, ma sicuramente è un deterrente. Come funzionerà con la 190? Bisognerà ricorrere al Tar per quello che non viene pubblicato? Non è una strada nè pratica nè democratica.

4. Che cosa succederà ora agli attuativi del Ddl sviluppo? C’è, per alcuni, il rischio che il loro passaggio in CdM perda di urgenza. Un’azzoppatura dell’articolo 18 sarebbe un danno gravissimo.

Nelle prossime settimane ci saranno però dati interessanti con cui confrontare i provvedimenti e, soprattutto, le reazioni delle PA. Dalla settimana della trasparenza lanciata da Agorà Digitale, al monitoraggio sull’accesso che Diritto Di Sapere ha lanciato la settimana scorsa e darà i primi risultati a marzo.

 

 

 

LegalLeaks: il primo manuale sull’accesso all’informazione per cittadini e giornalisti (in CC da scaricare)

Come si scrive una richiesta di accesso alle informazioni del mio Comune o della mia Regione? E a un Ministero? Posso richiedere dati anche sulle società controllate dallo Stato?

LegalLeaks è pubblicato con licenza Creative Commons

È a queste domande che vuole rispondere LegalLeaks, il primo manuale sull’accesso all’informazione dedicato a cittadini e giornalisti. L’edizione italiana è scaricabile qui. Il testo è scritto in maniera semplice e diretta per rispondere alle domande più immediate dei non addestti ai lavori, ma comprende anche riferimenti alla legislazione e strumenti di approfondimento. In Italia, infatti, non esiste un Freedom of information act come nei Paesi scandinavi, in Usa e in Gran Bretagna, ma c’è una regolamentazione per l’accesso che può essere utilizzata.

LegalLeaks è pubblicato in licenza Creative Commons ed è stato completato da Diritto Di Sapere in collaborazione con la rete LegalLeaks, con Access-Info Europe e grazie al sostegno della Open Society Foundations. Prezioso, sul fronte legale, è stato il contributo di Ernesto Belisario, avvocato e fondatore dell’Associazione italiana per l’Open Governement e di Luca Bolognini, avvocato e presidente dell’Istituto italiano per la privacy. Un grazie di cuore va alla cura (e alla pazienza) di Lorenzo Rabaioli che ha impaginato il manuale.

Nei prossimi giorni il manuale LegalLeaks sarà utilizzato da 60 tra giornalisti, blogger, cittadini e associazioni durante i workshop di monitoraggio organizzati da Diritto Di Sapere a Milano e Roma.

I risultati del monitoraggio, disponibili in primavera, permetteranno di misurare sul campo il diritto di accesso degli italiani e confrontare il nostro Paese a livello internazionale.

La genealogia filosofica che ha portato alla nascita di Diritto Di Sapere risale al padre del giornalismo di precisione Philip Meyer e ai Civic Media su cui lavorano sia l’Mit negli Usa che la Fondazione Ahref di Trento. Una riflessione è qui.

Qual è il vero costo dell’accesso all’informazione?

La capacità dei cittadini di accedere alle informazioni raccolte dal proprio governo non è solo uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto dall’Osce e da altre istituzioni.

L’accesso all’informazione è oggi un prezioso e riconosciuto indicatore della democrazia di un Paese. Un tema che però viene spesso sollevato durante le discussioni su misure e leggi da applicare nella transizione verso modelli di governo più aperti e trasparenti (in particolare da chi tende a limitare il diritto di accesso) è il costo dell’accesso agli atti rispetto alla loro reale efficacia nel creare trasparenza.

È un argomento importante, ma spesso liquidato in modo superficiale, senza approfondire i fattori che intervengono nel processo e il peso che hanno in questo tipo di analisi.

In queste settimane se ne sta parlando in Australia, dove, a due anni esatti dalla modifica del proprio Freedom of Information Act, il governo australiano ha stabilito che nei prossimi mesi verrà condotto uno studi per stabilire l’efficacia della legge, creata a livello federale nel 1982 (i singoli stati l’hanno poi adottata in diversi momenti nei successivi dieci anni).

Il ministro Roxon ha dichiarato che «circa 41 milioni di dollari australiani (più o meno 33 milioni di euro) dei contribuenti sono stati spesi nel 2011-2012 per valutare e dare risposta alle richieste di accesso», spiegando che l’obiettivo è di capire anche come i costi possano essere ridotti, dato che c’è stato un incremento di 5 milioni rispetto all’anno precedente (quasi +18%). La cifra sembra enorme, ma fatti i conti per poco più di 22 milioni di australiani, viene un costo procapite di circa un euro e mezzo.

L’aumento, nota il giornalista Paul Farrell su New Matilda, c’è stato e riguarda principalmente questioni non legate a un interesse personale, bensì richieste presentate da giornalisti e politici riguardo documenti di pubblico interesse: insomma, l’aumento dei costi è dovuto proprio a richieste che servono a perseguire maggiormente interessi pubblici e trasparenza amministrativa.

L’analisi dei costi è un’opportunità o un rischio? L’opportunità di verificare i costi di una legge è senza dubbio benvenuta, ma proprio grazie agli attori istituzionali potrebbe trasformarsi in un’arma contro il FOIA stesso.

All’inizio del 2012, infatti, l’OAIC, l’ufficio del Commissario per l’Accesso all’Informazione in Australia, ha pubblicato uno studio in cui proponeva diverse misure, che avrebbero il sicuro effetto di scoraggiare le richieste: tra queste un ulteriore intervallo di 30 giorni dalla richiesta che servirebbe all’agenzia interessata per decidere se rilasciare le informazioni in modo proattivo o meno. In alternativa, ci sarebbero costi dai 50 ai 100 dollari da pagare.

Un esame sull’efficacia della legge è stato già effettuato nel Regno Unito nei mesi scorsi, anche qui con particolare focus sull’impatto economico.
La commissione incaricata ha stabilito che i costi non sono eccessivi, rispetto all’efficacia (e infatti non ne suggerisce l’incremento).

Restano, tuttavia, preoccupazioni sul tempo e l’impegno da parte della pubblica amministrazione: al momento, scrive Martin Rosenbaum, l’esperto della BBC sul tema, la maggior parte delle agenzie governative possono rifiutare richieste che comportano l’impiego di più di 18 ore per la ricerca e relativa risposta.

La commissione ha quindi proposto di tagliare la quota a 16 ore. Specificando, però, che nel computo non entrerebbe il tempo impiegato per decidere se le informazioni richieste rientrano nelle categorie di accesso, così come invece prospettato da alcuni oppositori del FOIA. Insomma, 16 ore di tempi tecnici e non di  tempi decisionali (difficilmente calcolabili).

Il costo economico viene spesso ricordato come uno dei principali ostacoli a una implementazione piena ed efficace delle leggi sull’accesso e spesso le istituzioni se ne avvalgono come una sorta di scudo rispetto alle richieste.

Non si parla però abbastanza del costo sociale dell’accesso – e soprattutto del costo del mancato accesso. Per quanto meno facilmente quantificabile, il costo sociale ha numerose potenziali ricadute negative sulla società e sul rapporto dei cittadini con le istituzioni: l’accesso agli atti amministrativi, infatti, può ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta alla corruzione e, di conseguenza, di aumento di fiducia nelle istituzioni.

Lo illustra bene un recente rapporto di Transparency International Italia:

La possibilità di accesso a informazioni complete e gratuite è un requisito fondamentale sia per il buon funzionamento dei processi democratici che per un efficace contrasto dei fenomeni corruttivi. Se in Italia la quantità di informazioni disponibili al pubblico risulta sin troppo elevata, tuttavia la qualità è spesso scadente o non in linea con i migliori standard europei. […]

Le ONG e i media che si occupano del tema non sono in grado di recuperare, scoprire e diffondere al grande pubblico informazioni sui fattori chiave che riducono l’integrità del sistema del Paese e, se è vero che Internet può giocare un ruolo fondamentale nel colmare questo gap, almeno parzialmente, il digital divide che affligge l’Italia diventa un limite strutturale a questa sua funzione.

Insomma, quando si parla di bene pubblico – e l’informazione detenuta dalla P.A. certamente lo è – gli elementi in gioco non possono essere mai considerati alla stregua di semplici problemi aritmetici.

L’accesso non è un superpotere

Quanto è sicura la mia scuola? Qual è la mortalità negli ospedali della mia città? O semplicemente, quali sono le condizioni igieniche dei ristoranti del mio quartiere e della mia città?

Queste sono domande semplicissime e di enorme interesse per chiunque. Ma soprattutto, sono domande alle quali è possibile rispondere puntualmente con dati alla mano. A patto di avere accesso alle informazioni raccolte da Comuni, Regioni e Ministeri.

Nel nostro paese questo non è sempre facile e spesso diventa talmente difficile che sembra una missione da veri supereroe. Purtroppo però gli Avengers esistono solo negli studios della Marvel…

Per questo è nato Diritto Di Sapere. Non siamo una task-force con poteri sovrumani, ma un gruppo di cittadini impegnati, attivisti e giornalisti. Non abbiamo affiliazioni politiche e vogliamo portare l’Italia a un livello di accesso comparabile con quello delle migliori democrazie avanzate. Per farlo collaboriamo con Access-Info Europe, che da anni conduce in Spagna e in Europa la stessa battaglia e abbiamo il sostegno della Open Society Foundations.

Il primo passo di Diritto Di Sapere è cominciato in questi giorni. Stiamo mettendo a punto il primo monitoraggio sul campo di come si accede all’informazione in Italia. Non è una simulazione o uno studio accademico sul diritto all’accesso, ma una misura sperimentale di cosa davvero succede quando giornalisti e cittadini chiedono allo Stato italiano di conoscere informazioni che li riguardano e sono state raccolte con i loro soldi. I risultati di questo lavoro saranno disponibili in primavera.

Questo genere di misurazioni ha molti precedenti all’estero, ma non è mai stato completato in Italia. La nostra ambizione è di mostrare quanta strada ancora abbiamo da fare e in che direzione, per essere cittadini di una democrazia migliore. Senza un diritto di accesso in buona salute è velleitario parlare di open governement, smart city e open data, ma anche di un giornalismo più trasparente e attendibile.

Il monitoraggio sul campo comincerà all’inizio del 2013 e stiamo reclutando volontari. Per saperne di più seguici su questo blog o contattaci.