Foia: l’Italia guadagna 43 posizioni nella classifica mondiale sull’accesso

Dal 97esimo al 54esimo posto a livello mondiale nella classifica del Right to Information Rating, l’indice globale che misura in 111 Paesi l’accessibilità di documenti, dati e informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni. È questa la rimonta resa possibile dall’approvazione, lo scorso maggio del Foia, il Freedom of Information Act italiano.

È una rimonta storica perché per 26 anni l’Italia è stata relegata nelle retrovie dell’indice Rti a causa degli enormi limiti della Legge 241/1990 che garantisce l’accesso soltanto a chi può dimostrare un interesse diretto, concreto e attuale e proibisce ogni richiesta che possa costituire un controllo generalizzato dell’attività della pubblica amministrazione.

Negli Usa il Foia è wiki

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di Martina Basile

Si chiama FOIA wiki la prima piattaforma americana wiki su tutto quello che riguarda il Freedom of Information Act, la legge sull’accesso recentemente riformata da Obama.

È del 3 ottobre l’annuncio da parte della Reporters Committee For Freedom Of The Press sulla nascita della versione beta – quindi ancora in fase di test – della prima piattaforma FOIA wiki.

In occasione del 50esimo anniversario del Freedom Of Information Act, la commissione ha deciso di lanciare questo nuovo progetto utilizzando per la prima volta un formato “wiki” per incoraggiare la condivisione di idee tra persone e organizzazioni differenti.

Elezioni Usa, Clinton e Trump: quello che i candidati non dicono

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di Martina Basile

Dove si colloca la trasparenza nel mondo della politica made in Usa? È questo uno dei duelli per cui sono chiamati a sfidarsi Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati dei due principali partiti americani. L’ultimo caso è stato quello del malore della Clinton al termine della cerimonia di commemorazione degli attentati dell’11 settembre a Ground Zero. L’opinione pubblica americana, in quell’occasione, ha reagito all’ennesimo problema di salute della candidata chiedendole maggior trasparenza sulle sue condizioni di salute.

Trasparenza garantita qualche giorno dopo, il 15 settembre, quando è stata diffusa una cartella clinica in cui i medici ribadiscono che “Hillary Clinton è in salute e può fare il presidente”. Per non perdere terreno, anche Donald Trump ha svelato una sintesi del proprio stato di salute: è sovrappeso e assume un farmaco per tenere sotto controllo il colesterolo e prevenire l’ipertensione. Erano obbligati a farlo? “In realtà, non esistono leggi federali a riguardo”, commenta Roberto Festa, giornalista per Radio Popolare e Il Fatto Quotidiano.

Quindi non esiste una legge federale che obblighi i candidati a pubblicare, ad esempio, la dichiarazione dei redditi o una certificazione di buona salute?

In campagna elettorale, rilasciare la propria dichiarazione dei redditi è solo una buona prassi. Durante le elezioni presidenziali del 2012, ad esempio, il repubblicano Mitt Romney non aveva inizialmente pubblicato la propria dichiarazione, ma fu costretto a farlo solo su pressione dei democratici e dell’opinione pubblica.
Per le elezioni di quest’anno, invece, Donald Trump, contrariamente a Hillary Clinton, non ha ancora fornito la sua dichiarazione: la sensazione generale è che non lo farà. Suo figlio, Eric Trump, ha anche dichiarato che farlo “sarebbe una mossa assurda”.

Come mai potrebbe scegliere di essere meno trasparente della sua avversaria?

Si dice che la sua riluttanza possa essere connessa ad alcune attività finanziarie legate alla Russia o a progetti immobiliari nel quartiere di Soho, a Manhattan, dove sembrerebbe che Trump abbia fatto affari per un complesso di appartamenti in società con alcuni magnati russi. Se le voci fossero fondate, si potrebbero anche capire certe sue posizioni rispetto al presidente russo Vladimir Putin.

I partiti, invece, hanno regolamenti che obbligano i candidati a rendere conto della loro situazione finanziaria o di salute?

No, questa regola non esiste nemmeno all’interno dei partiti. Per esempio: un deputato che si presenta per la Camera o per il Senato non ha l’obbligo di pubblicare la propria dichiarazione.

Quindi, come mai la poca trasparenza di Hillary Clinton sulle sue reali condizioni di salute ha suscitato una tale reazione?

È una questione politica: in questo caso non si tratta di trasparenza delle procedure ma di trasparenza politica. Il medico della Clinton aveva da poco rilasciato una dichiarazione di perfetta salute. Settimana scorsa, invece, la candidata democratica ha avuto un attacco di tosse, sintomo probabilmente della polmonite che ha alla fine ammesso di avere e che anche diversi membri del suo staff a Brooklyn hanno avuto.

Si può dire che anche la gestione della crisi che la candidata ha avuto l’11 settembre sia stata poco chiara.

Esatto. Il caso dell’11 settembre è stato gestito male. Hillary Clinton, infatti, dopo essersi allontanata perché si era sentita poco bene, è sparita dai radar per molto tempo, tanto che il gruppo di giornalisti che la segue non è stato informato sui suoi spostamenti per oltre 90 minuti. Le teorie complottiste nate dopo questo fatto sono quindi uno strumento politico che ha stretti legami con il modo che staff della Clinton ha scelto per gestire questo evento.

Quali caratteristiche deve avere un candidato alle elezioni americane per essere davvero trasparente?

Il suo corpo deve essere visibile ai giornalisti che lo seguono. Questa campagna elettorale, invece, è stata profondamente caratterizzata da una scarsa visibilità dei candidati. Sia Trump che la Clinton non si sono mostrarti spesso alla stampa. Il candidato repubblicano, ad esempio, ha fatto una lista dei giornalisti che non possono entrare agli eventi a cui partecipa.
Anche Hillary Clinton è stata a lungo nell’ombra. Ad esempio, è prassi che i giornalisti al seguito del candidato si imbarchino sui loro aerei durante le trasferte. Per mesi, invece, la stampa non ha potuto seguire l’ex Segretario di Stato.

Quanto spazio hanno dedicato Hillary Clinton e Donald Trump alla trasparenza nei loro programmi elettorali?

In realtà, il tema della trasparenza diventa parte dei programmi solo se si trasforma in discussione politica. Come è successo per il caso della Clinton Foundation, la fondazione della famiglia della candidata. Essendo privata, i bilanci della fondazione non sono pubblici; questo aspetto ha fatto nascere sospetti sull’origine di alcuni finanziamenti provenienti da paesi che violano sistematicamente i diritti umani (come Kuwait, Qatar e Oman).
Altri finanziatori stranieri, invece, hanno avuto canali privilegiati al Dipartimento di Stato quando la Clinton era Segretario. Nella campagna elettorale di Trump, invece, il tema della trasparenza compare solo quando si ripropongono le polemiche sulla sua dichiarazione dei redditi. Il punto è che Trump solleva così tante questioni da far distogliere l’attenzione da questa omissione.

CC Credits foto: Darron Birgenheier via flickr

Europa, ecco dove la trasparenza è un lusso

EPA/OLIVIER HOSLET

di Elisa Murgese

Se in Italia sono i cittadini a essere tenuti lontani dalle informazioni governative con un novello Freedom of Information Act poco degno del suo nome – in Europa il meccanismo potrebbe farsi ancora più complesso. Infatti, allargando lo sguardo al Vecchio Continente, non solo i cittadini sono tenuto all’oscuro delle mosse della Commissione europea, ma anche i governi dei singoli stati. Un controllo elitario che evidenzierebbe la nullità di norme per la trasparenza con un’anzianità di oltre quindici anni, ma non per questo efficaci. A rivelarlo “Transparency through tinted windows” (“Trasparenza attraverso vetri oscurati”), l’ultimo studio sulla trasparenza pubblicato dal think tank OEIC (Organisation for European Interstate Cooperation).

Il report analizza oltre 6.000 richieste di accesso dati inviate nel 2013: di queste, quasi il 90% sono state accettate (completamente o parzialmente). Un dato che si delinea come un fiore all’occhiella nell’applicazione delle norme sulla trasparenza. Ma l’occhio attento di Staffan Dahllöf, freelance reporter di Copenhagen esperto in accesso dati in Unione europea, ha scelto di soffermarsi sulle ragioni di quel 10% di richieste rispedite al mittente. In altri termini, le tanto famose “eccezioni” a cui i burocrati europei possono appellarsi per tenere segrete alcune procedure mostrano come Commissione europea “abbia un debole per la protezione delle sue operazioni (come ispezioni, indagini e decisioni ancora in discussione)”. Un 10% che mostra quanto – su temi davvero rilevanti per l’Ue – l’Unione riesca sempre ad avere l’ultima parola, e quindi a scavalcare le norme sulla trasparenza.

Madrid, la capitale trasparente

Foto: esmartcity.es

Elisa Murgese

Curioso di sapere il costo della ristrutturazione nella scuola di tuo figlio? Ti domandi quale degli assessori comunali guadagni di più e quale sia uscito con il voto più basso dall’università? Non capisci perché i lavori di riqualificazione delle strade vadano a rilento?

Se abiti a Madrid, ti basta una mail per avere queste risposte.

Da otto mesi, infatti, nella capitale spagnola – guidata da Manuela Carmena – è nato il primo Ufficio Trasparenza nella storia della città. A capo dell’equipe di cinque persone Victoria Anderica Caffarena. Laureata in Legge e con un master in Comunicazione, Caffarena ha partecipato per cinque anni al progetto Access Info Europe, dove ha lavorato per l’approvazione di una legge sulla trasparenza in Spagna. Ora, vuole riuscire ad andare oltre “la poco ambiziosa legge statale”, facendo di Madrid un avamposto della trasparenza.

È la prima volta che il governo di Madrid ha un ufficio per la trasparenza?
Sì, è la prima volta. Negli anni passati i progetti di trasparenza del municipio non erano mai stati così ambiziosi e non si dava grande importanza ai dati che venivano pubblicati. Ora, invece, la nuova giunta ha l’obiettivo di rendere Madrid un riferimento per la trasparenza. È una grande sfida, ma abbiamo quattro anni per farcela.

Una sfida resa ancor più difficile dal fatto che la legislazione nazionale spagnola sulla trasparenza non è così soddisfacente…

portal de transparenciaSì, esatto. Nel 2013 il Governo di Rajoy ha approvato una legge molto debole che ha portato la Spagna a posizionarsi in pessime posizione nel ranking internazionale di accesso all’informazione. Una legge per nulla ambiziosa, dove si cerca di limitare in tutti i modi il reale accesso dei cittadini alle informazioni, con numerose eccezioni e attraverso l’obbligo della carta d’identità elettronica. A Madrid siamo partiti proprio dal ridurre queste eccezioni per migliorare la possibilità delle persone di chiedere informazioni.

Regno Unito: un bilancio del Freedom of Information Act 10 anni dopo

Con l’inizio del 2015 il Freedom of Information Act inglese compie 10 anni.
Ripubblichiamo qui il bilancio di luci e ombre che ne fa il ricercatore Ben Worthy (pubblicato originariamente qui). Buona lettura e buon anno a tutti!

operation-unthinkableThe truth is that the FOI Act isn’t used, for the most part, by ‘the people’. It’s used by journalists. For political leaders, it’s like saying to someone who is hitting you over the head with a stick, ‘Hey, try this instead’, and handing them a mallet.

Tony Blair 2010

The Freedom of Information Act has enhanced the UK’s democratic system and made our public bodies more open, accountable and transparent. It has been a success and we do not wish to diminish its intended scope, or its effectiveness.

House of Commons Justice Select Committee 2012 Post-Legislative Scrutiny of FOI

These two comments sum up the difficulties of measuring how successful the UK Freedom of Information Act has been. It isn’t just about statistics on numbers of requests, users or refusals (though there are some here if you are interested). What people think also shapes how it works and how others then behave. So a former Prime Minister sees it as one of his biggest mistakes while a Parliamentary committee see it as a vital part of democracy. Which is it?

What Does FOI look like?

One way to think about FOI is as an iceberg (as Nicola White said in her great book). iceberg

We can see only a small part of the overall process, those high level, often national FOI requests that attract controversy or attention-the MPs’ expenses scandal in 2009 was the big one that set off a chain reaction of resignations and reform.[i] There has also been FOI exposure of all sorts of subjects, from the Iraq war to health reform. In recent days, for example, we have had stories about where the Environment Agency invests its money, the number of pupils at new Free schools or the cost of green policies–see David Higgerson’s FOI Friday round-up for more.

But underneath this, there are a large number of requests, probably 90 % or more, that we don’t see. Our research found most requests go to local government, somewhere between 70 to 80 % or 3.5 to 4 in every five requests (see what the Justice Committee said here). These are about local or personal issues-waste, street fixing, tax and permits- that are often ‘under the radar’. That’s not to say they can’t be spectacular-Tony Blair probably never expected his new law would lead to us knowing that 3 people were banned from Birmingham’s new library for being too smelly or to theresignation en masse of Walberswick Parish council in Suffolk. But real FOI is local, focused and probably bringing hidden benefits we don’t easily see.

Who Uses FOI?

A key problem underlining all FOI analysis is the lack of knowledge about requesters and their motivations. The table below is based on estimates of requester types to central and local government from FOI officers.

Requester Local Government (%) Central Government (%)
Public    37 39
Journalist    33 8
Business    22 8
Academic    1–2 13

 

Contrary to the views of Tony Blair, FOI requesters are not just journalists. The largest group across central and local government appears to be members of the public. We felt that the public consists of a small group of politically engaged with a larger group pursuing issues of “micro-politics” or of private importance.

There is a clear rise and fall of public interest with the news agenda-snow leads to requests about snow plows, spying about government snooping levels. However, many requests were focused, “quite niche” or on “specialised” issues- a planning dispute or parking fine at local level or access to benefits at central government (or even who was paid what to switch on the town Christmas lights).

Requesters’ motivations were also diverse. Even the small sample of requesters we found and spoke to in our studies gave a huge variety of reasons for using FOI, from “concern about wasted money” to “curiosity”, “general interest” and personal campaigns against “corrupt” local government. So, the sheer variability of requester motivations and use underscores the variability of impact of the Act upon different public bodies.

Who’s Against It? Fighting on the Border

FOI has been subject to clear ‘battle’ over how the Act is working, with a public divide between sceptical (mainly) senior politicians and officials and supporters of the Act in the media, NGOs and the appeal system.

The extent to which FOI is supported varies across departments and local government bodies, dependent on the individual leadership, culture and environment of different public bodies. On the whole, government officials support the Act and work with it.

While welcoming it as an idea, senior politicians have been less keen on the loss of control or unexpected issues or scandals sprung on them. As well as claiming it is vaguely ‘abused’, a number of senior officials and politicians have argued that FOI negatively affects decision-making processes, though we found there was no real evidence for this (which didn’t stop some rather interesting anecdotes to the Select Committee). While Tony Blair was clear in his views that FOI was an all-round disaster, David Cameron’s more subtle approach has been to argue that ‘real freedom of Information’ was about ‘spending’ while other requests ‘furred up the arteries’ of government-a comment that revealed a very particular view of what information rights ‘should’ be used for.

Numerous politicians have also highlighted the ‘cost’ of FOI, though, like many economic arguments, this is actually smokescreen for a political debate. And when different studies have concluded that requests costs either £200, £36 or £19 each, the discussion becomes a little confusing (see this post here and a longer report here). The danger is that all this combined negativity may encourage poor behaviour and lead to a small ‘anti- FOI’ group at the very top of government. While, for example, Blair’s claim that FOI is used only by journalists is demonstrably untrue, it adds to a distorted view of FOI.

On the other side of the divide, FOI has a clear constituency of supporters in the media, Parliament and across various NGOs as well as in the courts and the appeal system. Supported by high profile cases such as MPs’ expenses, the symbolic importance of FOI legislation offers the reform a robust protection, backed up by a powerful and vocal constituency. Supporters of the Act have constantly innovated, pushed key cases and also sought to persuade successive governments to extend the Act private bodies working on behalf of public authorities.

Since 2005, but gathering pace since Tony Blair’s comments in 2010, there remains a continuous ‘fighting on the borders’ over where the Act begins and ends and whether it is ‘good’ or ‘bad’. In 2009, supporters scored some success by persuading Gordon Brown to shorten the period of disclosure of historical records from 30 to 20 years. David Cameron’s Transparency Agenda has undoubtedly helped push further openness, as have events like the Hillsborough inquiry.

However, at the same time the scepticism from the top of government has encouraged a series of attempts to restrict the Act. This included an attempt to change the costing regime in 2006, to remove Parliament from the ambit of the Act in 2006-2007 and introduce greater protections for Cabinet documents in 2010. Only the removal of the Monarch and heir from the Act was successful, probably because it went largely unnoticed (though the Monarchy is not out of the woods yet). As of writing now, the government has hinted that it may seek to limit what it ambiguously describes as ‘industrial’ users, though this close to a General Election it’s unlikley. The fact that all but one attempt was seen off shows how strong FOI’s support base is. For now…

And so?

FOI appears to be a success and is (probably) here to stay. This is not just about numbers- it is supported, used and co-operated with by most officials. It can, and does, bring very public benefits and may also be locally bringing positive outcomes we don’t see.

It has not only led to new issues on the agenda (not least the UK’s role both in extraordinary rendition and covering it up) but also helped in the creation of a new watchdog to regulate MPs’ expenses and a change in the law over the tax status of members of the House of Lords. It has also kicked off developments like mySociety’s WhatDoTheyKnow and has popped up in all sorts of interesting areas, such as the app that lets you know if politicians are editing Wikipedia pages.

It is not without its difficulties or problems-it can be abused, misused or misunderstood. All openness brings problems of one kind or another. But the disruption and uncertainty may be an essential part of any openness law. One way of thinking of FOI is as a form of turbulence-an instrument of unpredictability, like e-petitions. So Tony Blair’s complaints may be (in part) a sign of the Act doing its job well. It is its very unpredictability and annoyance that makes it powerful. As I’ve said elsewhere, it also enshrines an important principle-but not one that lets politicians sleep soundly in their beds.[ii]

Further reading

Justice Committee (2012) Post-legislative Review of Freedom of Information here

Worthy, Ben and Hazell, Robert, The Impact of the Freedom of Information Act in the UK (August 26, 2013). Nigel Bowles, James T Hamilton, David Levy (eds) Transparency in Politics and the Media: Accountability and Open Government, London: L.B. Tauris, 31-45, 2013. Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=2487541 and work by the Constitution Unit here.

 

[i] I’m obliged to point out the scandal was a combination of an FOI request by Heather Brooke, four years of appeals, a court case and (finally) a good old fashioned paid for leak.

[ii] I shamelessly borrowed this from Orwell’s definition of liberty ‘If liberty means anything at all it means the right to tell people what they do not want to hear’ (from his unpublished preface to Animal Farm) and tried to rework this to fit transparency: ‘Transparency is the right to ask questions those in power don’t want asked and look for information they don’t want us to see’ see this post.

P.S. for anyone interested, the pictured document comes from Churchill’s 1945 planning for the very aptly named ‘Operation Unthinkable’ his appraisal of the consequences of a war between the US/UK and the the USSR

[RESEARCH] Open data policies and practice: an international comparison

As part of our research efforts, here’s the first update on the most important research on FOI and open data all over the world, by our intern Alexandre Salha, a researcher who worked on access to information in his native Lebanon. We start with a paper by researcher Tim Davies, describing policies and practices of Open Data across 6 countries with Open Government Data Initiatives (OGD).

OpenDataBarometer
Italy in the Open Data Barometer (CC-BY-SA)

Davies’ analysis starts with two main points: first, that governments have different agendas on which they developed OGD initiatives; and second, an international cooperation between technical experts and government is required to implement open data polices.

Based on the Open Data Barometer (2013), results appear to define transparency and accountability as the most discussed topic related to open data.
However, this requires on one side information disclosure, in bulk; and on the other side government’s collaboration and citizens’ involvement. Plus, many governments are adopting open data policies, but do so with no impact on transparency and accountability, and especially with no results in terms of citizens’ participation in policy making.
This is why open data needs transparency, participation and collaboration.

As a matter of fact, Davies noted that the concept of open data is driven by different political agendas and is applied accordingly. Thus, he highlighted the shift from policies emphasized by democratic justifications towards more managerial and economic reasons.

Looking at the profiles on OGD initiatives, Denmark and India launched their initiatives based on improving government handling of information. At the moment, Denmark is focusing on innovation and government efficiency (OGP Action Plan 2012 – OGP Action Plan 2013/2014), while India is more focused on the private sector and commercial data re-use.
In the Philippines and Kenya, and even in early stages in the UK and USA, open data was a core component of democracy, participation and accountability. Nevertheless, it evolved and became a tool in the UK and USA in response to the consequences of the global economic crisis; a tool to empower citizens and support a growing technology sector in Kenya (OGP Action Plan, 2012); and a mean to improve public understanding of government in the Philippines (OGP Action Plan 2013-2015).

According to Davies,

“two organizations stand out as instrumental in the dissemination of the idea of adopting open data policies: The Open Government Partnership, and the World Bank”.

Those organizations provide new technologies to promote the dissemination of information among State departments and the public. They develop an international cooperation process in order to draft new policies based on good practices, and support the government in their process of implementing them.
However, he concludes that two main issues are yet to be dealt with:

  • The time at which certain policy elements first emerge across any of the policies studied;
  • The connections between certain policy elements and stated goals in different countries, and at different points in time.

 

More info (referenced in the paper)

 

Diritto Di Sapere sostiene MANS contro gli attacchi a Vanja Calovic

Vanja Calovic - Foto di Angus Young
Vanja Calovic – Foto di Angus Young

La trasparenza e la lotta alla corruzione sono battaglie che conducono molte organizzazioni in tutti i Paesi del mondo.

In Montenegro l’ong MANS si occupa di investigare corruzione, conflitto di interessi, attività del Parlamento. Negli ultimi mesi alcuni media (vicini al governo montenegrino) stanno portando avanti una campagna diffamatoria contro Vanja Calovic, direttore esecutivo di MANS, pubblicando video falsi per screditarla.

L’attacco arriva poco dopo la scoperta, da parte di MANS, di frodi elettorali da parte del partito dell’attuale primo ministro Djukanovic. Qui la storia completa nel racconto fatto da Reuters.

Diritto Di Sapere si unisce alla comunità internazionale di organizzazioni che si occupano di trasparenza nel sostenere MANS e Vanja Calovic e condannare questa campagna mediatica.

50 ONG americane chiedono a Obama di riformare il FOIA

American redaction - Photo by Truthout.org (CC BY-NC-SA 2.0)
American redaction – Photo by Truthout.org (CC BY-NC-SA 2.0)

Lo scorso 23 ottobre 50 organizzazioni e ONG americane hanno scritto una lettera al presidente Obama chiedendogli di sostenere pubblicamente il processo di riforma del Freedom of Information Act (in vigore dal 1967).

La lettera, firmata tra gli altri da American Civil Liberties Union, Sunlight Foundation ed Electronic Frontier Foundation, ricorda che la legge è uno degli strumenti più efficaci al servizio dei cittadini ma che la sua implementazione ha diversi problemi da risolvere.

Nel testo sono sottolineate sei priorità, relative al margine di interpretazione e alle eccezioni – margine che, si legge, spesso viene interpretato in modo restrittivo rispetto ai documenti, specie quelli interni. Viene inoltre richiesto un ampliamento del ruolo dell’Office of Government Information Services (OGIS) e la possibilità di accedere a documenti creati 25 anni fa, o prima, condizione che spesso viene fatta rientrare in una delle eccezioni. Nella lettera si spiega:

“il FOIA non dovrebbe essere usato per impedire l’accesso pubblico alla storia della nostra nazione, laddove il passaggio del tempo ha significativamente eroso, ove non completamente eliminato, ogni possibile interesse di segretezza da parte del governo”

Il contributo legislativo del Presidente in questo senso è fondamentale, scrivono i firmatari, a maggior ragione per dar seguito al proposito di diventare “l’amministrazione più trasparente della storia”, cosa che Obama promise nel suo primo giorno da Presidente.

[GUEST] What Happens When You Publish Salaries?

Secondo appuntamento con Ben Worthy per parlare dell’impatto degli open data.
Il post originale è stato pubblicato qui lo scorso luglio. 

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The publication of what public officials earn was one of the big headline grabbing policies of the government’s Transparency Agenda back in 2010. From MPs’ expenses to the pay levels of senior Civil Servants, publication of who gets what is always tricky and sensitive- and often leads to ‘rich lists’ like this one. Now it may be the turn of high-earning academics to disclose what they earn, given this recent ICO decision in relation to Kings College London-see the background here.

The idea is that publication of salaries leads to the reigning in of large salaries, as public bodies cut back due to embarrassment or because others take action to reduce them. This also plays into a wider story, that looks set to be part of the General Election battle, about income inequality (you can see some interesting ONS statistics on earnings here).

As ever, the US is far ahead in the publishing of salaries. The Missouri Accountability Portal allows you to see all employees’ salaries at the push of a button. However, a study of public sector disclosure legislation in Canada (looking at academics) found no decrease insalaries after publication (and pointed out, bless them, that academics were paid less than they should be). Ontario’s so-called ‘Sunshine List’ of high earners made no difference either.

More interestingly, some research reveals publication of salaries actually has the opposite effect to that intended and is rather wonderfully counter-productive. This study of German CEOs found that when their salaries were published, other senior salaries went up as colleagues became aware of how much their colleagues earned and then pressured or negotiated for a pay rise. Rather than leading to cutting back or embarrassment, it led others to say ‘why aren’t I getting that much’?

The constant focus on ‘pay’ misses out a potentially more important discussion about performance – this study indicates some of the top US CEOs were getting better rewarded for poorer performances. Perhaps we could try and see if the Civil Servants paid more than the Prime Minister are doing a better job than he is? This points to a further difficulty that those in business do not have-given that neither MPs nor the Prime Minister have a formal job description, what constitutes a ‘good’ performance for a politician?