Accountability e Foia nel discorso di Renzi. Ma l’Open Governement dov’é?

Il discorso di insediamento di Matteo Renzi (qui il testo integrale) è stato criticato da molti. È sicuramente molto ambizioso (dissero lo steso di Obama), a tratti troppo vago e non affronta il tema spinoso di come si coprono i costi delle riforme (ma si poteva parlando così a braccio?).

Ci sono però due parole che qui a Diritto Di Sapere ci hanno fatto drizzare le orecchie: «accountability» e «Freedom of information act».

Ecco cosa dice il Premier:

«Non siamo per sottrarre responsabilità ai dirigenti: siamo per dargliele tutte. Vorremmo che la parola accountability trovasse una traduzione in italiano, perché vi sono le responsabilità erariali, quelle penali e quelle civili, però non ve n’è una da mancato raggiungimento degli obiettivi, se non a livello teorico: questa, però, è una sfida di buon senso, che nell’arco di quattro anni può essere vinta e affrontata se partiamo subito e se abbiamo anche il coraggio – lasciatemelo dire – di far emergere in modo netto, chiaro ed evidente che ogni centesimo speso dalla pubblica amministrazione debba essere visibile on line da parte di tutti. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Di Biagio e Ichino). Questo significa non semplicemente il Freedom of Information Act, ma un meccanismo di rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il proprio rappresentante».

Sull’accountability non possiamo che dargli ragione: come molte altre parole inglesi non è direttamente traducibile in italiano (anche se la Treccani ci aiuta qui). L’accountability sottintende trasparenza, ma è più della trasparenza perché implica la responsabilità e il dovere di rendere conto di ciò che si fa (o non si fa). Non basta cioè pubblicare online i bilanci, ma bisogna anche dare delle metriche per misurare l’efficacia della spesa e creare delle strutture dove ci siano dei responsabili con nome e cognome. Un po’ più di accountability in Italia davvero non guasterebbe. Sia a livello locale, che centrale.

Sul Foia: il tema non è nuovo nei discorsi di Renzi che lo aveva citato più volte durante le Primarie del 2012. A volte in maniera un po’ vaga e, infatti, lo avevamo ripreso qui e qui. Questa volta il premier lo cita abbastanza in cavalleria, dicendo addirittura che bisogna fare molto di più. Non potremmo essere più d’accordo, ma ci viene un dubbio.

Non è che Matteo stia parlando di Open Governement, quel “governo aperto” che ha la trasparenza, l’accountability e il Foia tra i suoi pilastri, ma è anche molto di più perché presuppone partecipazione e coinvolgimento dei cittadini?

Se è all’Open Gov che sta pensando, l’Italia ha già varato un piano d’azione nel 2012. La valutazione fatta dalla società civile italiana l’estate scorsa ha evidenziato parecchi punti critici. Molti di essi emergono anche nell’ultimo report indipendente sull’action plan italiano dell’Open Governement Partnership, che è stato anche visionato prima della pubblicazione dal Governo italiano.

A leggere questi rapporti c’è davvero tanto da fare. Non resta che fare i migliori auguri al neo-premier. Se ce la fa in un mese, ma anche in due o tre, sarebbe un capolavoro.

 

 

 

 

 

 

Legge 190: c’è odore di Foia e di trabocchetto

Il Consiglio dei Ministri del 22 gennaio ha preso decisioni rilevanti per la trasparenza e l’accesso varando i decreti attuativi della legge 190/2012, il testo varato lo scorso novembre per combattere la corruzione nella Pubblica Amministrazione. La comunicazione è stata magistrale e nella stampa generalista (per es.io Repubblica, ma il taglio è analogo a quello di altre testate) il testo è stato presentato come il tanto atteso Freedom information act italiano. Lo stesso Patroni Griffi lo aveva promesso lo scorso dicembre durante una tavola rotonda all’Open Government Summit di Roma.

Il provvedimento è stato accolto con un mix di reazioni (incoraggiante Agorà Digitale, scettico Guido Scorza su Il Fatto Quotidiano.it, critici Ernesto Belisario su Wired.it e il movimento Foia.it sostenuto anche da Diritto Di Sapere).

In realtà oggi è ancora difficile commentare con cognizione di causa perché non il testo uscito dal CdM non è ancora disponibile. Bisogna accontentarsi del comunicato e del testo che sappiamo presentato al Consiglio (qui la sintesi).

Qui a Diritto Di Sapere le reazioni sono ambivalenti. Diciamo subito che siamo ancora ben lontani dal Foia americano perchè il testo – almeno quello entrato in CdM – punta soprattutto a rendere più trasparente l’operato delle PA, ma ci sono tantissime altre applicazioni del Foia che rimangono scoperte (basti pensare ai dati sui voli della Cia, a dati sulla sanità e altro ancora che sono stati alla base di molte grandi inchieste oltreoceano, ma non sembrerebbero poter rientrare nell’accesso garantito dalla 190).

Detto questo, fatta la tara dell’interesse di creare hype con un annuncio del genere proprio in campagna elettorale, è positivo che una legge sulla trasparenza non rimanga solo annuncio.

Rimangono però alcuni punti che troviamo preoccupanti:

1. L’accesso civico: è una delle innovazioni centrali del provvedimento. Resta da vedere come sarà formulato nel testo finale perchè sempbra andare a smontare l’art. 22 della legge 241/90 (la vera “polpetta avvelenata” della nostra legge italiana sull’accesso).

2. C’è un limite all’obbligo di pubblicazione: cinque anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla pubblicazione. Nel migliore dei casi 6 anni di pubblicazione al massimo. Perché si pensa a queste economie nell’era del digitale e cosa succede dopo? Ricadono di nuovo sotto la 241?

3. Non è chiara la sanzione per chi non pubblica. Nel provvedimento di Passera (il famoso articolo 18 del Ddl sviluppo che impone la pubblicazione di tutte le spese pubbliche sopra i 1000 euro) i contratti i cui importi non vengono pubblicati non hanno valore e sono impugnabili. Alcuni hanno detto che questo comma è un devastante per le PA, ma sicuramente è un deterrente. Come funzionerà con la 190? Bisognerà ricorrere al Tar per quello che non viene pubblicato? Non è una strada nè pratica nè democratica.

4. Che cosa succederà ora agli attuativi del Ddl sviluppo? C’è, per alcuni, il rischio che il loro passaggio in CdM perda di urgenza. Un’azzoppatura dell’articolo 18 sarebbe un danno gravissimo.

Nelle prossime settimane ci saranno però dati interessanti con cui confrontare i provvedimenti e, soprattutto, le reazioni delle PA. Dalla settimana della trasparenza lanciata da Agorà Digitale, al monitoraggio sull’accesso che Diritto Di Sapere ha lanciato la settimana scorsa e darà i primi risultati a marzo.

 

 

 

LegalLeaks: il primo manuale sull’accesso all’informazione per cittadini e giornalisti (in CC da scaricare)

Come si scrive una richiesta di accesso alle informazioni del mio Comune o della mia Regione? E a un Ministero? Posso richiedere dati anche sulle società controllate dallo Stato?

LegalLeaks è pubblicato con licenza Creative Commons

È a queste domande che vuole rispondere LegalLeaks, il primo manuale sull’accesso all’informazione dedicato a cittadini e giornalisti. L’edizione italiana è scaricabile qui. Il testo è scritto in maniera semplice e diretta per rispondere alle domande più immediate dei non addestti ai lavori, ma comprende anche riferimenti alla legislazione e strumenti di approfondimento. In Italia, infatti, non esiste un Freedom of information act come nei Paesi scandinavi, in Usa e in Gran Bretagna, ma c’è una regolamentazione per l’accesso che può essere utilizzata.

LegalLeaks è pubblicato in licenza Creative Commons ed è stato completato da Diritto Di Sapere in collaborazione con la rete LegalLeaks, con Access-Info Europe e grazie al sostegno della Open Society Foundations. Prezioso, sul fronte legale, è stato il contributo di Ernesto Belisario, avvocato e fondatore dell’Associazione italiana per l’Open Governement e di Luca Bolognini, avvocato e presidente dell’Istituto italiano per la privacy. Un grazie di cuore va alla cura (e alla pazienza) di Lorenzo Rabaioli che ha impaginato il manuale.

Nei prossimi giorni il manuale LegalLeaks sarà utilizzato da 60 tra giornalisti, blogger, cittadini e associazioni durante i workshop di monitoraggio organizzati da Diritto Di Sapere a Milano e Roma.

I risultati del monitoraggio, disponibili in primavera, permetteranno di misurare sul campo il diritto di accesso degli italiani e confrontare il nostro Paese a livello internazionale.

La genealogia filosofica che ha portato alla nascita di Diritto Di Sapere risale al padre del giornalismo di precisione Philip Meyer e ai Civic Media su cui lavorano sia l’Mit negli Usa che la Fondazione Ahref di Trento. Una riflessione è qui.

Agenda Monti: una riforma dell’accesso nei primi 100 giorni?

@SenatoreMonti propone l’adozione di un Freedom of information act sul modello americano.

Mario Monti (ora anche su twitter: @SenatoreMonti) scende in campo e nella sua agenda per l’Italia  ha raccolto talmente tante idee, da farla sembrare un libro dei sogni. Ma l’agenda vuole essere una bussola e perciò è giustamente ambiziosa. A pagina 6 c’è una proposta che speriamo davvero non rimanga solo un’ambizione. Riprendendo quanto già lanciato dal movimento Foia.it a cui ha aderito anche Diritto Di Sapere, e alle idee circolate anche durante le primarie del Pd da Renzi, Monti scrive che:

«Deve essere introdotto un principio generale di trasparenza assoluta della pubblica amministrazione, secondo il modello del Freedom of Informaton Act degli Stati Uniti e del Regno Unito».

La priorità del tema sembra alta e sarebbe interessante se nella consultazione che Monti vorrebbe lanciata nei primi 100 giorni del suo prossimo governo, si toccasse anche questa riforma dell’accesso.

Qualunque sia la composizione del prossimo governo italiano è sicuramente auspicabile un’azione di questo genere, pienamente in linea con le basi dell’open governement e con l’idea di democrazia avanzata che auspichiamo l’Italia diventi.

 

Il diritto di accesso alla prova delle primarie

Alla vigilia delle primarie Wired.it ha interrogato i candidati del centrosinistra su diversi punti legati e tecnologie, digitale e nuovi diritti. Non poteva mancare una domanda sull’open government che si è rivelata utilissima per capire come i quattro (Tabacci non ha risposto) interpretano il diritto di accesso. Le risposte sono a tratti simili (Vendola, Renzi e Puppato rilanciano tutti su un Freedom of information act italiano), ma svelano un’idea un po’ involuta e di circostanza su che cosa va fatto in Italia sul fronte della trasparenza.

Ecco una valutazione sintetica e un po’ di factchecking.

Nichi Vendola mette avanti la trasparenza e cita l’approvazione di una legge regionale sulla trasparenza totale. Ad oggi questa legge non ci risulta in funzione, anzi, la sua attuazione  sembra incontrare diversi ostacoli. Soprattutto, parlando di trasparenza, Vendola fa di tutt’erba un fascio mettendo insieme open data e open software che sono cose ben diverse. Buona però la sua invocazione di un open gov qui e ora.

Laura Puppato invoca una legge di accesso anche in Italia. Peccato che ci sia già e sia la 241/90. I dati della PA che diventano “social” non si capisce che cosa siano. Chiede uno Stato che sia una scatola di vetro (chiaramente questo non è possibile: ci sono le leggi sul segreto militare) e l’apertura degli archivi storici. Tutto sommato sembra avere buone intenzioni, ma appare poco pragmatica e con una scarsa conoscenza del tema specifico.

Matteo Renzi è il migliore sul piano comunicativo e si sente. Usa termini aggiornati e cita la sua esperienza di trasparenza al Comune di Firenze, effettivamente all’avanguardia sul fronte open data. Buono il riferimento al Foia americano, ma da focalizzare meglio. Con la squadra giusta intorno potrebbe fare meglio.

Pierluigi Bersani inciampa subito e inquadra l’open governement come un tema di riforma della Pubblica amministrazione. Come esperienza cita lo sportello unico per le imprese tradendo così un’idea molto riduttiva di cosa debba essere il suo “governo aperto”. L’accostamento tra open gov e progetti IT è inquietante, quasi degno del Terzo segreto di satira. È quello che cerca di essere più preciso, ma risulta talmente datato da esser fuori tema.

Matteo Renzi e quel pericoloso malinteso sulla trasparenza

Confesso che ieri sera, al primo confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra speravo qualcuno giocasse la carta della trasparenza in maniera più decisa. Non lo hanno fatto, ma il tema ricorre nel discorso politico e la richiesta da parte della società civile cresce.
Un buon termometro su questo fronte è stato l’Open government summit di qualche giorno a fa a Roma. È stata l’occasione di ascoltare in prima persona come alcuni decisori pubblici interpretano l’open government e in particolare il diritto di accesso all’informazione.
Il tema del diritto di accesso è stato in realtà il punto di partenza della giornata visto che, moderando il primo panel della mattinata non potevo che richiamare il “right to information” come uno dei fondamenti più importanti della trasparenza di cui oggi tanto si parla sia in nella cronaca (per invocarla) che nei programmi politici (per prometterla).
Il Ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi, messo alle strette da Alessandro Gilioli de L’Espresso, si è lasciato andare a una dichiarazione sulla possibilità imminente di avere un “freedom of information act” italiano, o meglio «qualcosa del genere…». L’ambizione, ha chiarito il ministro, è di pubblicare online tutti i dati della pubblica amministrazione.
Grazie a Twitter, dove #ogs12 era diventato rapidamente trending topic, al Ministro ha fatto subito eco Matteo Renzi invocando – via social – una «trasparenza totale secondo il Freedom of Informatio Act»
e allegando uno stralcio delle sue idee di programma (attendiamo il programma vero e proprio) che appunto recita: «documenti e informazioni della Pubblica Amministrazione devono essere accessibili on line per chiunque, senza richiesta motivata».
Posto che in Italia il diritto di accesso all’informazione dei cittadini va certamente riformato (è la missione di Diritto Di Sapere), è preoccupante vedere che il “Freedom of information act” venga citato in modo così bislacco…
L’ottima Giulia Barrera, parte del movimento Foia.it ha cercato di mettere un po’ di punti sulle “i” ma sembra chiaro che sia Patroni Griffi che Renzi non hanno veramente letto, nè riflettuto molto su come funziona il principio del diritto di accesso all’informazione.
Il risultato è un malinteso molto pericoloso: il Foia non impone di pubblicare tutto online: sarebbe impossibile e affogare nell’informazione è spesso uguale a non averla… Piuttosto permette ai cittadini di ottenere, dietro richiesta, accesso ai documenti che richiedono.
In tutto il mondo le varie leggi sul diritto di accesso, le cosiddette “freedom of information laws”, regolano la trasparenza “reattiva” ovvero quando e come un’amministrazione deve rispondere alla richiesta di un cittadino.
La pubblicazione online, invece, non è altro che una trasparenza “proattiva” in cui l’amministrazione sceglie cosa pubblicare (tipicamente il bilancio, i dati ambientali su qualità dell’aria e tutti gli open data che oggi sono così di moda). Di questo genere di trasparenza si parla nella legge anticorruzione e nel famoso articolo 18 del decreto Passera.
Tra trasparenza proattiva e reattiva c’è perciò una bella differenza e giuristi (Patroni Griffi è magistrato) e amministrativisti dovrebbero conoscerla bene.
La distinzione è importante perché una buona regolamentazione della trasparenza reattiva è la migliore (e forse l’unica) garanzia di una una democrazia davvero trasparente.
(In Italia è la legge 241/90, che ha diversi punti da aggiornare, come abbiamo spiegato qui).
Eppure il materiale è abbastanza facilmente consultabile. Se parliamo del Foia americano (gli Usa sono sicuramente il paese più citato sull’accesso all’informazione, ma certamente meno avanzati dei Paesi scandinavi che hanno inventato il principio nel 1700) la pagina del dipartimento della Giustizia è molto chiara:«The Freedom of Information Act (FOIA) provides that any person has a right, enforceable in court, to obtain access to federal agency records».

L’accesso non è un superpotere

Quanto è sicura la mia scuola? Qual è la mortalità negli ospedali della mia città? O semplicemente, quali sono le condizioni igieniche dei ristoranti del mio quartiere e della mia città?

Queste sono domande semplicissime e di enorme interesse per chiunque. Ma soprattutto, sono domande alle quali è possibile rispondere puntualmente con dati alla mano. A patto di avere accesso alle informazioni raccolte da Comuni, Regioni e Ministeri.

Nel nostro paese questo non è sempre facile e spesso diventa talmente difficile che sembra una missione da veri supereroe. Purtroppo però gli Avengers esistono solo negli studios della Marvel…

Per questo è nato Diritto Di Sapere. Non siamo una task-force con poteri sovrumani, ma un gruppo di cittadini impegnati, attivisti e giornalisti. Non abbiamo affiliazioni politiche e vogliamo portare l’Italia a un livello di accesso comparabile con quello delle migliori democrazie avanzate. Per farlo collaboriamo con Access-Info Europe, che da anni conduce in Spagna e in Europa la stessa battaglia e abbiamo il sostegno della Open Society Foundations.

Il primo passo di Diritto Di Sapere è cominciato in questi giorni. Stiamo mettendo a punto il primo monitoraggio sul campo di come si accede all’informazione in Italia. Non è una simulazione o uno studio accademico sul diritto all’accesso, ma una misura sperimentale di cosa davvero succede quando giornalisti e cittadini chiedono allo Stato italiano di conoscere informazioni che li riguardano e sono state raccolte con i loro soldi. I risultati di questo lavoro saranno disponibili in primavera.

Questo genere di misurazioni ha molti precedenti all’estero, ma non è mai stato completato in Italia. La nostra ambizione è di mostrare quanta strada ancora abbiamo da fare e in che direzione, per essere cittadini di una democrazia migliore. Senza un diritto di accesso in buona salute è velleitario parlare di open governement, smart city e open data, ma anche di un giornalismo più trasparente e attendibile.

Il monitoraggio sul campo comincerà all’inizio del 2013 e stiamo reclutando volontari. Per saperne di più seguici su questo blog o contattaci.