Misurare la trasparenza: verso un indice globale?

Ieri a Roma l’Open Governement Summit ha fatto il punto sul (lento) avanzare dei processi di open gov in Italia, partendo proprio dalla trasparenza e dal diritto di accesso. Molte le sollecitazioni. In particolare, dal pubblico è arrivata la sollecitazione a definire i parametri di misura della trasparenza. e quindi capire se stiamo guadagnando o perdendo terreno su questo fronte.

In realtà gli indici per misurare la trasparenza di governi ed enti pubblici non mancano. Anzi, ne stiamo testimoniando «un’esplosione», scrive Sheil S. Coronel nel saggio intitolato Measuring Openness: A Survey of Transparency Ratings and the Prospects for a Global IndexIl problema, spiega Coronel, è che mentre oggi 90 Paesi nel mondo si sono dotati di una apposita legge sul diritto di accesso all’informazione, rischiamo di ritrovarci con altrettante misurazioni, l’una incompatibile con l’altra e dunque di scarsa o nulla utilità quando si cerchino di comparare le norme e le prassi effettive in atto in diversi Stati.

«Non c’è una valutazione unica che sia allo stesso tempo completa e di portata davvero globale», commenta la docente di giornalismo della Columbia University, autrice di un lavoro – condotto insieme con la Open Society Foundations e il Right to Information Fund – il cui obiettivo è riassumere lo stato dell’arte della ricerca sull’argomento. E chiedersi se la mancanza di un indice globale sia davvero un problema cui porre rimedio al più presto, e perché.

Gli esperti interpellati da Coronel non manifestano un indirizzo comune. Alcuni, come il direttore di Global Integrity Nathaniel Heller, fanno notare che il primo problema sarebbe il costo da sostenere per compilare l’indice: stimando una media di 20 mila euro a Paese, per considerarne 100 servirebbero circa due milioni di euro. Una cifra difficile da sostenere nel medio-lungo periodo.

E poi: ne vale la pena? «Un super-indice potrebbe banalizzare questioni di governance piuttosto complesse», risponde Vivek Ramkumar, dell’International Budget Partnership. Che, suggerisce, non saranno certo risolte da un «numero magico» la cui utilità, al più, sarebbe di attirare l’attenzione di media attenti più al numero in sé che a ciò che rappresenta.

Certo, anche un semplice numero può essere utile. Per esempio, generando pressioni sui governi con il «super-indice» più basso affinché recuperino terreno rispetto ai competitor. Ma spesso, aggiunge Ramkumar traendo le conclusioni della sua esperienza nell’Open Budget Survey, «i governi competono con i vicini, non con il resto del mondo». Meglio indici regionali, dunque, se si vogliono stimolare interventi da parte degli amministratori della cosa pubblica. Un pensiero condiviso dalla maggior parte degli esperti interpellati da Coronel.

Ci sono poi problemi legati alla specificità di ogni singolo Paese. Alcuni (quelli dell’Africa francofona, per esempio) non vedono la presenza di gruppi di ricercatori o di organizzazioni dedicate alla trasparenza. Ancora, ci sono Stati (come il Sudafrica) in cui è la stessa cultura dominante a essere contraria all’apertura degli archivi ai cittadini. Significative le parole di Mukelani Dimba, dell’Open Democracy Advice Centre di Cape Town, che raccontano la reazione tipica degli impiegati del governo sudafricano:

«Il loro argomento è che il patriarcato e varie forme di stratificazione sociale, derivate da sistemi di leadership tradizionale, non predispongano i comuni cittadini ad approcciare le autorità e richiedere informazioni. Di conseguenza, introdurre un sistema basato sulla richiesta di informazioni non può funzionare, a causa delle barriere culturali e tradizionali che dividono chi ha il potere e chi viene governato».

Da ultimo, c’è chi sostiene che siano altre le questioni su cui concentrarsi. Per esempio, migliorare la nostra comprensione della domanda di informazione proveniente dalla società. Del resto, «se nessuno chiede informazioni», afferma Darian Pavli (Justice Initiative), «è lievemente ingiusto dare tutta la colpa al governo». Oppure monitorare l’impatto della trasparenza sulla società, di cui ancora abbiamo prove anedottiche, e non sistematiche. Lo stesso, nota Coronel, si può dire del passaggio dalla valutazione della trasparenza all’incremento effettivo della trasparenza.

Tuttavia, la costruzione – un passo alla volta, in maniera incrementale – di un indice globale sarebbe utile per condurre campagne di «comparative advocacy», dice Helen Darbishire (Accesso Info Europe), ossia per stimolare il governo x a imitare il governo y (virtuoso) o distanziarsi dal governo z (in ritardo). E immagina sia possibile un insieme di elementi fondamentali su cui i promotori del diritto all’informazione di ogni parte del globo raggiungano un accordo, così da costituirne l’ossatura. Tenendo in considerazione sia la quantità di informazioni messa volontariamente a disposizione dei cittadini dalle amministrazioni pubbliche, sia le reazioni alle richieste specifiche dei cittadini stessi.

A parte il dibattito sull’opportunità di un indice unico e complessivo sulla trasparenza, il lavoro di ricognizione di Coronel ha individuato le seguenti tendenze:

1. Sappiamo molto di più dello stato della trasparenza governativa oggi che dieci anni fa.

2. Tra i ricercatori c’è un ampio consenso circa l’insufficienza delle leggi sulla libertà di informazione (FOI) come misura della trasparenza.

3. Si moltiplicano gli sforzi per misurare l’accesso all’informazione nel campo della lotta alla corruzione e del buon governo, con indici che misurano anche il reale grado di applicazione delle leggi vigenti (de facto).

4. Negli ultimi 5-10 anni, la sofisticazione degli strumenti di misurazione dell’accesso all’informazione è notevolmente aumentata.

Il paper di Coronel si rivelerà utilissimo nei prossimi mesi anche in Italia dove i temi del diritto di accesso, della trasparenza e dell’open gov stanno finalmente entrando nel discorso politico e, faticosamente, forse anche in qualche legge.