Foia, come funziona? Il Governo lo spiega con una circolare

di Elisa Murgese

Sette richieste di accesso su dieci senza risposta e un’ignoranza della nuova normativa sul diritto di accesso che fa arrivare alcune amministrazioni a chiedere se il Foia sia un’azienda o a non essere per nulla trasparenti sulla procedura da seguire per chiedere informazioni nelle mani delle Pubbliche amministrazioni. Questi risultati – che abbiamo raccolto in Ignoranza di Stato, il primo monitoraggio sull’applicazione del Freedom of information act italiano – sono stati presi in considerazione dal Dipartimento della Funzione Pubblica che, in accordo con Anac, il 6 giugno ha pubblicato una circolare per favorire un’attuazione uniforme dell’accesso civico generalizzato.

La trasparenza è la norma, il segreto è l’eccezione” è lo slogan di un documento che mira a dare consigli pratici agli enti pubblici che non hanno ancora piena confidenza con questo il nuovo strumento del Foia a disposizione di ogni cittadino interessato alla trasparenza. Questo strumento, che è già arrivato tra le mani di ogni ente pubblico, rappresenta un traguardo importante che Diritto di Sapere è orgogliosa di avere aiutato a raggiungere.

La circolare arriva, infatti, dopo una consultazione pubblica a metà maggio che ha portato a più di un centinaio di commenti di privati, società civile e amministrazioni, e grazie alle raccomandazioni non solo di Diritto di Sapere ma anche di altre ong impegnate nella diffusione del diritto di accesso, e vuole chiarire dubbi sull’applicazione del Foia mettendo nero su bianco le mosse che le Pa sono chiamate a realizzare per una corretta applicazione dell’accesso civico generalizzato.

In particolare, tra i temi trattati dal documento troviamo le modalità di presentazione della richiesta di accesso, gli uffici competenti e i tempi di decisione, la gestione delle comunicazioni ai controinteressati e i rifiuti non consentiti, il dialogo tra amministrazione e richiedenti, il ruolo del Registro degli accessi. Ogni tema, è analizzato in  sezioni dedicate, dove sono raccolte informazioni specifiche che spiegano i più importanti passaggi della normativa.

Per fare qualche esempio, rispetto ai richiedenti, si ribadisce che “chiunque” possa presentare una richiesta di accesso Foia, senza dare alcuna motivazione né identificazione. Resta, nel caso di invio elettronico, l’obbligo di identificarsi: uno dei modi (oltre a SPID, alla firma digitale e all’uso della PEC personale) è quello di  firmare la richiesta e allegare copia di un documento di identità. Importante novità in termini di praticità dell’invio della richiesta è la precisazione all’interno della Circolare che la sottoscrizione autografa non è necessaria: basta che nel messaggio di posta elettronica sia indicato il nome del richiedente.

Per garantire questa modalità di invio, la circolare evidenzia la necessità che ogni Pa metta in evidenza – nella pagina dedicata all’Accesso generalizzato della sezione Amministrazione trasparente – la procedura, il nome e i contatti dell’ufficio di riferimento, un indirizzo di posta elettronica certificata e una email ordinaria per i richiedenti che non dispongono di PEC. Inoltre, “ciascuna amministrazione – si legge nella Circolare sull’attuazione delle nome sull’accesso civico generalizzato – è invitata a individuare le unità di personale, adeguatamente formate, che assicurino le funzioni di centro di competenza o help desk, al fine di assistere gli uffici nella trattazione delle singole domande”.

Fatta chiarezza anche sui tempi entro i quali la pubblica amministrazione è tenuta a dare una risposta: trenta giorni che si contano a partire dalla data di presentazione della domanda da parte del richiedente, e non dalla data di acquisizione al protocollo.

Come abbiamo raccontato in Ignoranza di Stato, anche il Dipartimento della funzione pubblica segnala nella circolare di essere a conoscenza di come “spesso le amministrazioni vìolano” il termine di 30 giorni entro cui presentare una risposta al cittadino che ha inviato una richiesta Foia, “ignorando il termine di conclusione del procedimento o l’obbligo di adottare un provvedimento espresso adeguatamente motivato”. Per questo motivo, la circolare segnala come avvalersi dell’ormai illegale silenzio amministrativo non sia una scelta che la Pa possa svolgere senza aspettarsi conseguenze.  Non rispettare i termini di legge costituisce “elemento di valutazione della responsabilità dirigenziale, eventuale causa di responsabilità per danno all’immagine dell’amministrazione” ed è comunque valutata “ai fini della corresponsione della retribuzione di risultato e del trattamento accessorio collegato alla performance individuale dei responsabili”.

Un  passo in avanti, quindi, che chiede alle Pubbliche amministrazioni di rispettare l’introduzione del primo Freedom of Information Act italiano approvato lo scorso maggio, e ai cittadini di controllare se gli enti pubblici si stiano realmente mettendosi a norma per garantire a tutti noi il diritto alla trasparenza.

Silenzi di Stato, le verità pubbliche che ci nascondono

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di Elisa Murgese

Quanto ha speso il sindaco in viaggi e cene? Che cosa c’è nell’aria di casa mia? Com’è gestita l’emergenza dei migranti? Sono dieci storie di informazioni negate quelle raccontate in “Silenzi di Stato”, libro dell’avvocato Ernesto Belisario e del giornalista Guido Romeo appena uscito per Chierelettere. Come precisa il sottotitolo, “Storie di trasparenza negata e di cittadini che non si arrendono”. Perché Belisario e Romeo hanno scelto di raccontare dieci battaglie di cittadini e giornalisti che hanno cercato (spesso inutilmente, certamente con fatica) di entrare in possesso di documenti nelle mani di pubbliche amministrazioni: i titolo di studio degli insegnati inseriti in graduatoria, i costi del portale Italia.it o le informazioni sulla sicurezza degli edifici pubblici. Tante le domande che i cittadini vorrebbero porre alle pubbliche amministrazioni ma sempre uguale la risposta: una porta chiusa in faccia alla trasparenza.

Roma e trasparenza, le promesse di Raggi e Giachetti

Raggi

di Elisa Murgese

Lunedì 20 Roma avrà un nuovo sindaco, ma che cosa farà per la trasparenza della nuova amministrazione della capitale? Qui a Diritto Di Sapere abbiamo cercato di capire che cosa hanno in mente Viginia Raggi, che ha sbancato al primo turno con il 35,4% e Roberto Giachetti (24,8%). Come nella scelta del prossimo futuro cittadino di Milano, anche nelle amministrative della capitale ha pesato non solo il tema della trasparenza ma anche il non detto dei candidati.

Il programma di Virginia Raggi sembra uno stringato foglio di appunti – 11 “passi” per Roma – se paragonato alle oltre novanta pagine proposte da Giachetti. Ma la lunghezza si sa, non è sempre indice di approfondimento. E infatti in entrambi i programmi elettorali è difficile trovare una strategia innovativa per la trasparenza nella capitale.

La to-do list di Virginia Raggi sulla trasparenza
Per Virginia Raggi la trasparenza è uno dei primi punti, il terzo per la precisione, dopo “mobilità” e “rifiuti”. “Conti alla luce del sole” che vogliono essere un controllo sull’operato degli amministratori e limitare “gli affidamenti diretti” per fermare la corruzione, “proseguendo sulla scia di una vigilanza collaborativa con l’Anac”. E il termine trasparenza ritorna nei bandi di gara, nella gestione dei fondi e nell’assegnazione dei patrocini. “Totale trasparenza negli appalti e piena disponibilità e accessibilità dei relativi dati per tutti i cittadini – si legge sul programma elettorale della grillina – Bilancio trasparente e comprensibile finalizzato a migliorare la conoscenza dei cittadini in merito alle spese sostenute dall’amministrazione”. Ottime premesse, quindi, supportate anche da un rapido accenno a una “piattaforma di approvvigionamento elettronico centralizzata” per ricostruire “la storia di un appalto, concessione o locazione”. Un programma, rispetto alla trasparenza, che è più un elenco di cose da fare privo di un modello organizzativo. Mancanza di processi di realizzazione che vadano oltre i proclami elettorali, condivisa anche con l’aspirante sindaco del Partito Democratico. E il passaggio da dibattito delle idee a frasi retoriche è rapido.

Raggi, l’omissione del praticantato allo studio Previti
“In linea di massima gli avvocati non inseriscono nel loro curriculum gli studi nei quali fanno pratica a meno che non siano gli studi nei quali continuano a prestare lavoro”. In poche parole, i praticantati non si inseriscono nel cv. È stata questa la giustificazione della candidata grilina quando è emerso che nel suo curriculum non erano stati segnalati i suoi anni di praticantato presso lo studio fondato e frequentato da Cesare Previti. Non un’esperienza passeggera, ma una pratica legale svolta dal 2003 al 2006. Un’informazione che sembra essere ancora più rilevante, visto che la Raggi si è premurata di escludere dalla sua scheda biografica pubblica un dato importante per giudicare la sua storia professionale. Anche perché, accanto a lei nello studio di Previti, Pieremilio Sammarco stava chiedendo 20 milioni di euro di danni a Marco Travaglio e Sabina Guzzanti a causa della trasmissione Raiot, atto di citazione firmato con Stefano Previti, il figlio del più noto Cesare. Tra i consulenti esterni dello studio anche Alessandro Sammarco, avvocato difensore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Un’esperienza lavorativa, quindi, non da poco e certamente che nessun avvocato – a prescindere da giudizi di merito – riterrebbe poco importante. “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”, questa l’apertura del video di presentazione della Raggi, la stessa che ha scelto di omettere alcune voci nel presentarsi come prossimo sindaco di Roma.

Villa con piscina, i “due casaletti” di Giachetti
“Totale trasparenza su patrimonio e redditi dei dirigenti, in linea con quanto richiesto ai rappresentanti politici”, si legge sul lungo programma di Roberto Giachetti. Una formula che il candidati del Partito Democratico non sembra avere applicato per il suo patrimonio, definendo “due casaletti” quella che Il Fatto Quotidiano ha svelato essere una villa con piscina nella campagna di Subiaco. Proprietà minimizzata dall’aspirante sindaco, visto che – stando a quanto riportato dal quotidiano – i suoi fabbricati all’ombra di ulivi e nocciole nel cuore dei Monti Simbruini hanno un’estensione di oltre 650 metri quadrati, cui si devono aggiungere due ettari di terreno. Altro tentativo di trasparenza è stato fatto da Giachetti rendendo pubbliche le liste che sostengono la sua candidatura, anticipandoli anche alla Commissione antimafia. Peccato che nella pagina dedicata a queste liste (Liste Pulite – sindaco Giachetti) non ci sia altro che dei nomi con data di nascita, privi di qualunque altra informazione che possa fare conoscere i suoi sostenitori.

Candidato Pd e l’Open data officer
Omissioni a parte, il candidato del Pd sostiene di volere una trasformazione della capitale in forma trasparente. “Garantiremo la massima trasparenza e la piena informazione on line sulle attività delle aziende che erogano servizi alla città – si legge sul programma di Giachetti – e introdurremo, dove non presente, il bilancio sociale di ogni società”. Rispetto al programma della sfidante, in quello del candidato del Pd è introdotta una nota pratica, con il rilancio del progetto Open data del Comune, con l’introduzione della figura dell’Open data Officer per rendere “pubblici e facilmente monitorabili tutti i dati dell’Amministrazione e delle società partecipate (risorse assegnate e spese, ambiti tematici, soggetti attuatori e tempi di attuazione, pagamenti)”. Tanto che già dai primi 100 giorni di mandato, il candidato promette di avviare un programma di monitoraggio, scegliendo 50 procedimenti “per eliminare lentezze, duplicazioni, inerzie”.

L’appoggio alla campagna “Sai chi voti”
Certo è che i candidati romani, a confronto con quelli milanesi, hanno fatto un passo in più rispetto alla trasparenza. Non solo hanno accettato entrambi di aderire a “Sai chi voti” – campagna promossa anche da Diritto di Sapere che ha chiesto loro di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario ed eventuali conflitti di interessi – ma hanno anche sottoscritto il quarto e decisivo punto dell’iniziativa. Sia Virginia Raggi che Roberto Giachetti, infatti, si sono impegnati a deliberare nei primi 100 giorni di amministrazione l’adozione del metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi o società partecipate del Comune. Essendo una scelta condivisa da entrambi i candidati, questa dovrebbe essere al momento una novità certa per il Comune della capitale. Resta solo da vedere come sarà applicata dal futuro sindaco e se sarà effettivamente applicata entro i primi tre mesi di governo.

Milano, chi è più trasparente tra Sala e Parisi?

Beppe Sala Stefano Parisi

di Elisa Murgese

A Milano la lotta per apparire il candidato più trasparente ha rischiato di mettere in ombra perfino i programmi elettorali. Perché non basta citare 29 volte il termine “trasparenza” nel proprio programma, come ha fatto il candidato di centrodestra Stefano Parisi, o dichiarare di volere un Freedom of Information Act all’americana, ma ritardare la pubblicazione dei bilanci da Mister Expo o omettere di possedere una casa in Svizzera. In una campagna elettorale intessuta di reciproche frecciatine in nome della trasparenza, inevitabile fermarsi a osservare non solo quanto riportato nei programmi elettorali, ma anche gli “scivoloni” dei due candidati milanesi. Perché più che una sfida, il ballottaggio del 19 giugno sarà un vero testa a testa, visto che è meno di un punto percentuale a separare Giuseppe Sala (centrosinistra – 41,7% dei voti) da Stefano Parisi (centrodestra – 40,8%).

Sala, l’unico a citare il Freedom of Information Act
Si può cercare nei programmi di tutti coloro che erano candidati sindaco a Milano, Roma e Napoli, per citare i Comuni più importanti, ma solo in quello di Giuseppe Sala si troverà il termine Freedom of Information Act. Anticipato dallo slogan: “Il Comune di Milano deve essere una casa di vetro”, Mr Expo dichiara di volere utilizzare il modello del Foia americano per garantire l’accessibilità “a chiunque” e “senza motivazione” a informazioni e documenti relativi alla pubblica amministrazione, esclusi i dati sensibili o sotto segreto. Oltre alle richieste, Beppe Sala si impegna a pubblicare on line i documenti più importanti (contratti, appalti, curriculum dei dirigenti). Anche se la trasparenza non è indicata tra gli strumenti con cui combattere la corruzione, l’ex numero uno dell’Esposizione Universale vorrebbe mettere sul sito comunale un’indicatore che permetta di gettare un occhio all’interno della macchina amministrativa, per sapere quanto denaro pubblico è stato speso, futuri investimenti, mobilità e assenza dei dipendenti.

E le omissioni di Mr Expo
Gli impegni sono chiari, ma di quale natura saranno le informazioni disponibili ai cittadini? Sul sito della sua campagna elettorale, per esempio, Beppe Sala ha sì pubblicato il suo curriculum, ma si tratta di poche note biografiche, dove non è facile rintracciare conflitti di interesse o partecipazioni in società. Non è chiaro neppure come Beppe Sala stia finanziando la sua campagna elettorale, mancata trasparenza che condivide appieno con Parisi. In quanto a omissioni, però, si deve dire che l’ex-commissario dell’Esposizione Universale ne ha collezionate di più del manager di centrodestra.

Polemica sul ritardo del bilancio di Expo, omissione di essere proprietario di una casa in Svizzera (che invece, come amministratore di un’azienda pubblica, aveva l’obbligo di dichiarare) e di una villetta ligure a Zoagli. “Dimenticanze” che hanno poi portato il candidato di centrosinistra a pubblicare nel dettaglio le sue dichiarazioni dei rettiti degli ultimi cinque anni, una mossa seguita anche da Stefano Parisi che però ha scelto – non è chiaro se per renderla più leggibile al grande pubblico o meno specifica per gli addetti ai lavori – di non pubblicare una versione originale ma di trascriverne il contenuto. Un link alla dichiarazione dei redditi completa è presente, ma solo relativa all’ultimo anno.

Parisi, il grande assente in “Sai chi voti?”
E mentre i due manager si battagliano a colpi di dichiarazioni dei redditi, sul programma elettorale del candidato di centrodestra Stefano Parisi restano in bella mostra le parole “semplificazione” e “trasparenza”. Certo, per leggerle si deve aspettare il nono punto di un programma che si apre con altri due termini chiave: “Sicurezza” e “legalità”. Un obiettivo chiaro: “Assicurare completa trasparenza, tracciabilità e tempi certi a tutte le procedure comunali”, “regolare pubblicazione di dati, bilanci (con spiegazione comprensibile) e informazioni rilevanti” oltre alla “trasparenza in merito alle attività professionali svolte, ai redditi, agli incarichi ricevuti, a eventuali conflitti d’interesse e alle fonti di finanziamento dell’attività politica”.

Anche rispetto alle spese di Palazzo Marino, Parisi ha promesso di trasformare i conti del Comune “da bilancio finanziario illeggibile a bilancio economico”. Ci si chiede quindi perché Parisi sia stato l’unico candidato sindaco di Milano (insieme ai minori Natale Azzaretto del Partito Comunista dei Lavoratori e Nicolò Mardegan di Noi per Milano) ad avere scelto di non rendere trasparente le sue mosse politiche partecipando a “Sai chi voti”, campagna promossa anche da Diritto di Sapere. In altre parole, il manager di centrodestra si è rifiutato di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario e conflitti di interesse. Un’assenza che pesa, visto che dei candidati finiti in ballottaggio a Milano, Torino, Roma e Napoli, Parisi è l’unico ad avere scelto di non appoggiare l’iniziativa. Al contrario, Beppe Sala ha reso pubblici i suoi dati, seppur con un’eccezione: un secco “no” sul quarto punto, quello con cui si chiedeva al futuro primo cittadino di introdurre entro i primi 100 giorni di amministrazione il metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi e società partecipate. Su questo punto, almeno, i due manager milanesi sembrano essere perfettamente d’accordo.

Europa, ecco dove la trasparenza è un lusso

EPA/OLIVIER HOSLET

di Elisa Murgese

Se in Italia sono i cittadini a essere tenuti lontani dalle informazioni governative con un novello Freedom of Information Act poco degno del suo nome – in Europa il meccanismo potrebbe farsi ancora più complesso. Infatti, allargando lo sguardo al Vecchio Continente, non solo i cittadini sono tenuto all’oscuro delle mosse della Commissione europea, ma anche i governi dei singoli stati. Un controllo elitario che evidenzierebbe la nullità di norme per la trasparenza con un’anzianità di oltre quindici anni, ma non per questo efficaci. A rivelarlo “Transparency through tinted windows” (“Trasparenza attraverso vetri oscurati”), l’ultimo studio sulla trasparenza pubblicato dal think tank OEIC (Organisation for European Interstate Cooperation).

Il report analizza oltre 6.000 richieste di accesso dati inviate nel 2013: di queste, quasi il 90% sono state accettate (completamente o parzialmente). Un dato che si delinea come un fiore all’occhiella nell’applicazione delle norme sulla trasparenza. Ma l’occhio attento di Staffan Dahllöf, freelance reporter di Copenhagen esperto in accesso dati in Unione europea, ha scelto di soffermarsi sulle ragioni di quel 10% di richieste rispedite al mittente. In altri termini, le tanto famose “eccezioni” a cui i burocrati europei possono appellarsi per tenere segrete alcune procedure mostrano come Commissione europea “abbia un debole per la protezione delle sue operazioni (come ispezioni, indagini e decisioni ancora in discussione)”. Un 10% che mostra quanto – su temi davvero rilevanti per l’Ue – l’Unione riesca sempre ad avere l’ultima parola, e quindi a scavalcare le norme sulla trasparenza.