Trasparenza, accesso e open data: la rassegna DDS

Navigare tra le informazioni è complicato: sui temi di accesso, trasparenza e open data ci sono così tante articoli interessanti che è difficile tenere traccia di tutti. Da oggi, ogni settimana, cercheremo di aiutarvi, selezionando quelli per noi più interessanti e ve li riproporremo in breve.

Ovviamente segnalateci nei commenti o via email quello che trovate in rete. Li integreremo nella nostra rassegna.

Quella di oggi è dedicata agli open data:

  • I primi frutti dell’Open Data Day. Avete partecipato all’Open Data Day? Se sì, eravate in ottima compagnia in tutto il mondo. Alcuni dei progetti intrapresi sono ancora in corso. Eccone alcuni che sono stati completati durante la giornata mondiale dei dati aperti.
  • Da Obama 2012 a New York, i dati sono strategici. La campagna di Barack Obama nel 2012 ha usato al meglio i dati a propria disposizione per prendere decisioni e organizzare azioni sul territorio: ora lo stesso principio verrà utilizzato dalla città di New York.
  • Dati pubblici e scoop: istruzioni per l’uso. I dati pubblici sono preziosi per creare scoop e titoli di giornale. Ecco qualche consiglio ai giornalisti su come usarli al meglio (e qualche buon motivo per usare diritto di accesso e open data!).
  • Aiutare i senzatetto… con gli open data! Si tratta di quello che sta provando a fare la città di Vancouver. Lo racconta David Eaves, esperto di open data e residente di Vancouver.
  • Più dati per tutti. Migliaia di dati pubblici, set di dati di tutti i tipi e in varie forme in una lista assai fornita. Buon “data-crunching”!

Open Data Day: ci vediamo a Bologna il 23 febbraio!

Sabato 23 febbraio in tutto il mondo si parlerà di open data… ma soprattutto si “farà” open data!
Questo è l’obiettivo dell’Open Data Day, un incontro di cittadini per lavorare sugli open data: per capire a cosa serve “aprire i dati”, per creare applicazioni e visualizzazioni e per chiedere all’amministrazione l’adozione di politiche di apertura e trasparenza. Il tutto in un contesto informale, con voglia di collaborare e imparare.

Diritto Di Sapere c’è! Con Hacks and Hackers Bologna abbiamo organizzato una Requestathon per mostrare a tutti gli interessati a cosa può servire l’accesso agli atti in pratica e quali sono le informazioni a cui possiamo accedere e perché sono importanti per i cittadini.

…ehi, ma cosa è una Requestathon?

Semplice: vi mostreremo come fare richieste di accesso ai dati non ancora disponibili, con esempi e assistenza per la compilazione delle richieste da parte del gruppo di Hacks&Hackers Bologna e del team e degli esperti legali di Diritto Di Sapere.

L’incontro si svolgerà dalle 10 alle 13, presso l’Urban Center – Sala Borsa di Bologna e ha il supporto e l’adesione del Comune di Bologna e della Regione Emilia-Romagna. Questo è il programma della giornata.

Se siete interessati a saperne di più, ecco gli eventi dell’OpenDataDay in tutto il mondo (in Italia sono previsti incontri in diverse città). Se volete dare una mano date un’occhiata al wiki.

Se volete maggiori informazioni sull’incontro di Bologna, scriveteci… e ci vediamo sabato!

Se al ministro non piace l’accesso (persino in Danimarca)…

Il palazzo di Christianborg, sede del Parlamento Danese. Foto di Troels Dejgaard Hansen (CC BY-SA 2.0)
Il palazzo di Christianborg, sede del Parlamento Danese. Foto di Troels Dejgaard Hansen (CC BY-SA 2.0)

C’è del marcio in Danimarca? Forse.
Sicuramente la situazione del diritto d’accesso è meno rosea rispetto agli altri paesi scandinavi, tra i più attivi in ambito di trasparenza e accesso alle informazioni.

In queste settimane, infatti, si parla molto di accesso, specie a causa di un disegno di legge in discussione in Parlamento.
Ribattezzata dai critici “Yes-Minister”, la legge escluderebbe dall’accesso alcuni documenti politicamente sensibili.

L’elemento che sta scatenando discussioni tra chi si occupa di accesso all’informazione è il comma che segue:

Il diritto d’accesso non comprende documenti interni e informazioni comunicate da una pubblica amministrazione all’altra, quando c’è ragione di credere che un ministro ha o potrebbe avere bisogno di un parere o di supporto:
1. tra un ministero e i dipartimenti e authority subordinate
2. tra differenti ministeri

L’indicazione di “documenti interni” non va confusa con i documenti preparatori interni, citati in molte leggi sull’accesso, spiega il giornalista Staffan Dahllöf su Wobbing.eu: questa legge riguarderebbe anche le versioni finali di alcune leggi, così come documenti che contengono comunicazioni tra vari dipartimenti e ministeri.

Diversi esperti ritengono che, con la legge in vigore, probabilmente sui media non ci sarebbe traccia di diverse delle questioni politiche dibattute in Danimarca in questi mesi, dal tentativo di aggirare trattati internazionali sui rifugiati politici su una controversa questione di tasse che riguarda il primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt.
Nonostante le proteste, però, la proposta sembra avere il consenso della coalizione al governo ed è previsto che venga approvata in primavera.

Alla luce di tutto ciò, alcuni giornalisti hanno chiesto accesso ai documenti sulle comunicazioni su questo argomento tra l’attuale governo e il precedente.

L’accesso è stato negato.

Il segnale è importante perché mostra che il diritto di accesso non va solo conquistato, ma anche protetto e difeso una volta che si è sviluppato. È una lezione importante per l’Italia che sembra volersi muovere verso un’espansione di questo diritto fondamentale per una democrazia evoluta.

Qual è il vero costo dell’accesso all’informazione?

La capacità dei cittadini di accedere alle informazioni raccolte dal proprio governo non è solo uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto dall’Osce e da altre istituzioni.

L’accesso all’informazione è oggi un prezioso e riconosciuto indicatore della democrazia di un Paese. Un tema che però viene spesso sollevato durante le discussioni su misure e leggi da applicare nella transizione verso modelli di governo più aperti e trasparenti (in particolare da chi tende a limitare il diritto di accesso) è il costo dell’accesso agli atti rispetto alla loro reale efficacia nel creare trasparenza.

È un argomento importante, ma spesso liquidato in modo superficiale, senza approfondire i fattori che intervengono nel processo e il peso che hanno in questo tipo di analisi.

In queste settimane se ne sta parlando in Australia, dove, a due anni esatti dalla modifica del proprio Freedom of Information Act, il governo australiano ha stabilito che nei prossimi mesi verrà condotto uno studi per stabilire l’efficacia della legge, creata a livello federale nel 1982 (i singoli stati l’hanno poi adottata in diversi momenti nei successivi dieci anni).

Il ministro Roxon ha dichiarato che «circa 41 milioni di dollari australiani (più o meno 33 milioni di euro) dei contribuenti sono stati spesi nel 2011-2012 per valutare e dare risposta alle richieste di accesso», spiegando che l’obiettivo è di capire anche come i costi possano essere ridotti, dato che c’è stato un incremento di 5 milioni rispetto all’anno precedente (quasi +18%). La cifra sembra enorme, ma fatti i conti per poco più di 22 milioni di australiani, viene un costo procapite di circa un euro e mezzo.

L’aumento, nota il giornalista Paul Farrell su New Matilda, c’è stato e riguarda principalmente questioni non legate a un interesse personale, bensì richieste presentate da giornalisti e politici riguardo documenti di pubblico interesse: insomma, l’aumento dei costi è dovuto proprio a richieste che servono a perseguire maggiormente interessi pubblici e trasparenza amministrativa.

L’analisi dei costi è un’opportunità o un rischio? L’opportunità di verificare i costi di una legge è senza dubbio benvenuta, ma proprio grazie agli attori istituzionali potrebbe trasformarsi in un’arma contro il FOIA stesso.

All’inizio del 2012, infatti, l’OAIC, l’ufficio del Commissario per l’Accesso all’Informazione in Australia, ha pubblicato uno studio in cui proponeva diverse misure, che avrebbero il sicuro effetto di scoraggiare le richieste: tra queste un ulteriore intervallo di 30 giorni dalla richiesta che servirebbe all’agenzia interessata per decidere se rilasciare le informazioni in modo proattivo o meno. In alternativa, ci sarebbero costi dai 50 ai 100 dollari da pagare.

Un esame sull’efficacia della legge è stato già effettuato nel Regno Unito nei mesi scorsi, anche qui con particolare focus sull’impatto economico.
La commissione incaricata ha stabilito che i costi non sono eccessivi, rispetto all’efficacia (e infatti non ne suggerisce l’incremento).

Restano, tuttavia, preoccupazioni sul tempo e l’impegno da parte della pubblica amministrazione: al momento, scrive Martin Rosenbaum, l’esperto della BBC sul tema, la maggior parte delle agenzie governative possono rifiutare richieste che comportano l’impiego di più di 18 ore per la ricerca e relativa risposta.

La commissione ha quindi proposto di tagliare la quota a 16 ore. Specificando, però, che nel computo non entrerebbe il tempo impiegato per decidere se le informazioni richieste rientrano nelle categorie di accesso, così come invece prospettato da alcuni oppositori del FOIA. Insomma, 16 ore di tempi tecnici e non di  tempi decisionali (difficilmente calcolabili).

Il costo economico viene spesso ricordato come uno dei principali ostacoli a una implementazione piena ed efficace delle leggi sull’accesso e spesso le istituzioni se ne avvalgono come una sorta di scudo rispetto alle richieste.

Non si parla però abbastanza del costo sociale dell’accesso – e soprattutto del costo del mancato accesso. Per quanto meno facilmente quantificabile, il costo sociale ha numerose potenziali ricadute negative sulla società e sul rapporto dei cittadini con le istituzioni: l’accesso agli atti amministrativi, infatti, può ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta alla corruzione e, di conseguenza, di aumento di fiducia nelle istituzioni.

Lo illustra bene un recente rapporto di Transparency International Italia:

La possibilità di accesso a informazioni complete e gratuite è un requisito fondamentale sia per il buon funzionamento dei processi democratici che per un efficace contrasto dei fenomeni corruttivi. Se in Italia la quantità di informazioni disponibili al pubblico risulta sin troppo elevata, tuttavia la qualità è spesso scadente o non in linea con i migliori standard europei. […]

Le ONG e i media che si occupano del tema non sono in grado di recuperare, scoprire e diffondere al grande pubblico informazioni sui fattori chiave che riducono l’integrità del sistema del Paese e, se è vero che Internet può giocare un ruolo fondamentale nel colmare questo gap, almeno parzialmente, il digital divide che affligge l’Italia diventa un limite strutturale a questa sua funzione.

Insomma, quando si parla di bene pubblico – e l’informazione detenuta dalla P.A. certamente lo è – gli elementi in gioco non possono essere mai considerati alla stregua di semplici problemi aritmetici.