L’open government come strategia di crescita: il nostro workshop a Digital Venice

Image credit: Venezia, veduta aerea - via Wikimedia Commons
Image credit: Venezia, veduta aerea – via Wikimedia Commons

Oggi l’espressione open government è molto utilizzata nel dibattito pubblico in corso sui temi di trasparenza, partecipazione e accountability.

Quello che non emerge, però, è che l’open government può essere decisivo nel progettare e realizzare una strategia di crescita nel lungo periodo, nel rispetto di tutti gli attori coinvolti.

L’Italia è in un momento di sfide cruciali: iniziato da pochi giorni il semestre di presidenza europeo, dal 7 luglio il governo sarà impegnato a Digital Venice, una settimana di incontri cruciali per economia digitale e governance, con i principali attori europei di amministrazione, industria e innovazione.

Ci è sembrata la migliore occasione per partecipare e rilanciare il dibattito su questi temi, in Italia e in Europa.

Il prossimo 8 luglio, nell’ambito di Digital Venice, Diritto Di Sapere organizza quindi un seminario dal titolo “Open Government: a strategy for governance innovation and inclusive growth” (accesso gratuito, qui il link per iscriversi).

Analizzeremo questi temi con numerosi esperti e un keynote di eccezione: aprirà infatti i lavori Beth Noveck, già vice-CTO alla Casa Bianca e consulente del governo inglese sui temi dell’open government, che condividerà con noi elementi della sua esperienza e la sua visione strategica per il futuro.

L’incontro esplorerà sfide e opportunità in modo approfondito, così come gli ostacoli alla realizzazione di iniziative verso l’innovazione nella governance.

Qui di seguito il programma completo (il seminario si svolgerà in inglese):

10,00 – Presentazione

Andrea Menapace – Co-fondatore DDS & ricercatore IRM per l’Open Government Partnership

10,15 – Keynote:

Beth Noveck – GovLab, co-founder and former United States deputy chief technology officer for open gov

10,40 – Beyond Transparency: Challenges – Short talks:

  • Ernesto Belisario – Open Government Forum – Italy
  • Alberto Alemanno – Jean Monnet Chair in EU Law and Risk Regulation, HEC Paris
  • Ben Worthy – University of London, IRM researcher for the UK
  • Veronica Cretu – Open Government Partnership, Steering Committee
  • Liz David-Barrett – Oxford University, Said Business School

11.40 – Break

11,55 – Beyond Transparency: Opportunities (tavola rotonda):

  • Pia Marconi – Public Administration Department, Italian Government
  • Neil Campbell – Head of EU Policy Development, Open Society European Policy Institute
  • Lorenzo Segato – Director, RiSSC
  • Alina Ostling – European University Institute & IRM national researcher at OGP for Sweden
  • Maurizio Napolitano e Francesca de Chiara – OKF Italy, Digital Commons Lab

Moderatore: Guido Romeo (Wired Italia)

Sarà inoltre l’occasione per presentare un’importante iniziativa della società civile che verrà presentata ufficialmente lo stesso 8 luglio.

Ci vediamo a Venezia!

Accesso agli atti? Vale anche per l’intelligence, dice una sentenza

Poche settimane fa una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani ha riconosciuto in modo ancora più forte il diritto di accesso all’informazione. E, per la prima volta, ha incluso anche dati detenuti dalle agenzie di intelligence.

Ma andiamo con ordine. Il caso in questione è la sentenza Youth Initiative for Human Rights Vs Serbia, grazie alla quale una ONG ha ottenuto l’accesso a dati richiesti a un’agenzia di intelligence serba.
La Youth Initiative aveva richiesto dati relativi all’uso di sistemi di sorveglianza elettronica utilizzati dall’agenzia nel 2005. L’agenzia aveva dapprima rifiutato la richiesta, facendo leva sulle misure legate al segreto di stato. In seguito, quando il Commissario per l’Accesso aveva ordinato di fornire le informazioni, in quanto soggette al FOIA serbo, l’agenzia di intelligence aveva notificato alla ONG che non era in possesso delle informazioni.

La sentenza della Corte ha dunque stabilito che le restrizioni alle informazioni da dare ai cittadini devono essere stabilite in accordo con la legge nazionale in merito. Nel caso in questione, l’agenzia governativa serba e i dati che essa detiene rientrano nell’ambito delle informazioni di cui i cittadini possono fare richiesta.
Si tratta della prima volta che una sentenza definisce esplicitamente che le agenzie governative che si occupano di sicurezza e intelligence sono tenute a sottostare alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e quindi, in questo caso, a soddisfare le richieste di accesso secondo la legge.

La base, ricorda Dick Voorhoof, della Università di Gant, è l’articolo 10 della Convenzione, che si occupa di libertà di espressione e che afferma, tra l’altro, che «tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera».

Infine, la Corte ha riaffermato che una ONG può esercitare un ruolo importante al pari della stampa in una società democratica. Un buon segnale per le organizzazioni della società civile che si occupano di temi di pubblico interesse.

Mi si è ristretto il Foia: dagli Usa alla Danimarca l’accesso è in pericolo?

"Open government?" - Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)
“Open government?” – Urbanbohemian (CC BY-NC-ND 2.0)

Le ultime settimane stanno registrando notizie preoccupanti sul fronte dell’accesso, tanto più che arrivano da paesi molto avanzati su questo fronte.

La più recente in ordine di tempo è di pochi giorni fa ed è una sentenza della Corte Suprema americana che ha stabilito che solo i cittadini della Virginia hanno diritto di richiedere l’accesso ai documenti detenuti dall’amministrazione del proprio stato.
La decisione della Corte Suprema – unanime – pone di fatto le basi per future limitazioni all’accesso da parte di altri stati federali, sia per cittadini che per giornalisti ed è stata molto criticata dai media.
Tra le considerazioni più significative, vanno segnalate quelle che definiscono il diritto di accesso «not a “fundamental” privilege or immunity of citizenship» e  che negano che tale diritto sia basilare «to the maintenance or well-being of the Union».

Nonostante la decisione vada inquadrata in quel quadro legislativo e, nello specifico, nel contesto della Privileges and Immunities Clause, il segnale è molto preoccupante, specie considerando che l’accesso all’informazione resta uno dei punti deboli delle promesse dell’amministrazione Obama sull’ambito dell’open government.

Ma brutte notizie arrivano anche dal nord Europa, tradizionalmente considerata la patria del Foia.
Come avevamo scritto a febbraio, la nuova legge sull’accesso all’informazione in Danimarca è tutt’altro che un passo avanti per la trasparenza. La nuova legge (Offentlighedslov comeè chiamato il Foia danese) prevede una limitazione all’accesso di alcuni documenti, in particolare quelli su cui si basa il processo legislativo.

Una proposta di questo genere è nell’aria sin dal 2009, quando al governo c’erano i liberali, ed è stata ripresa dal nuovo governo, di orientamento socialdemocratico. Nonostante il dibattito e gli appelli di diversi giornalisti danesi di alto livello per rivedere la legge, sembra che il consenso sia abbastanza ampio, spiega Jon Lund, editorialista del Politiken e portavoce della Danish Online News Association che nel suo sito scrive:

«Paragraph 27 deals with documents and correspondence that are generated during the legislative process between the executive branch and parliament. These would also be excluded from rights-to-access requests. This means that much — although not all — information about the workings of parliament would no longer be available to the public. […]

But the wording of the bill does not exactly reflect a 2.0 worldview. Committee members who wrote the bill recommended implementing the legislation initially by making available open lists of electronic and paper mail exchanged between government officials. But if the administration has its way, the lists will be “dumb” lists — i.e., they will not include a search option for keyword inquiries».

A febbraio il ministro della Giustizia Bødskov aveva invece commentato che la nuova legge accresce le possibilità di accesso proprio grazie alla digitalizzazione dell’intero processo. Bødskov aveva poi dichiarato: «In generale non penso che i cittadini influenzino il processo legislativo. Ma sia le nostre proposte che quelle del precedente governo si basano su raccomandazioni della Commissione sull’Informazione e cercano un equilibrio tra apertura e l’introduzione di alcune limitazioni». Queste limitazioni però sembrano davvero poco equilibrate a stampa e cittadini.

[video] Presentazione di “The Silent State” al Festival del Giornalismo

Il Festival del Giornalismo è un appuntamento molto speciale per noi: l’edizione 2012, infatti, ha visto nascere Diritto Di Sapere.

L’edizione 2013 non è stata da meno: lo scorso 25 aprile, infatti, abbiamo presentato The Silent State, il primo rapporto sull’accesso all’informazione in Italia. Ospiti speciali sono stati Victoria Anderica di Access-Info Europe, organizzazione partner di DDS, e Lorenzo Totaro di Bloomberg News (trovate la sua inchiesta tra i nostri casi di studio).

Se non eravate presenti a Perugia – ma anche se c’eravate – guardate il video del panel e fateci sapere cosa ne pensate.

Questo incontro non è stato l’unico appuntamento che ci ha visti coinvolti in prima persona al Festival, però. Ve ne parleremo presto…

The Silent State: il primo monitoraggio sull’accesso in Italia

The Silent State - rapporto sull'accesso In tre casi su quattro, i cittadini e i giornalisti che chiedono di conoscere dati di pubblico interesse non ottengono quello che richiedono.

È ciò che emerge da “The Silent State“, il primo rapporto sull’accesso all’informazione in Italia che abbiamo realizzato in collaborazione con Access-Info Europe e che pubblichiamo oggi.

Lo studio raccoglie i dati della prima rilevazione sul campo mai effettuata in Italia della capacità di cittadini e media di richiedere e ottenere informazioni da Comuni, Regioni, Ministeri e altre istituzioni pubbliche. Lo scopo del rapporto è mettere l’Italia a confronto con altri Paesi in cui sono in vigore leggi come il Freedom of information act (Foia).

Tra i vari risultati, la ricerca mostra che nel 73% dei casi le richieste di dati e informazioni non sono soddisfatte. In particolare, il 65% di esse non riceve nemmeno una risposta entro i 30 giorni previsti dalle legge. In più, le risposte ricevute sono state valutate pienamente soddisfacenti solo nel 13% dei casi.

L’analisi evidenzia inoltre che il nuovo “Decreto Trasparenza”, in vigore dallo scorso 20 aprile, non è una risposta a questo problema, perché non modifica la legge sull’accesso agli atti (L. 241/90) e quindi non può essere definito un “Foia italiano”, come invece inizialmente presentato dal Ministero.

Rassegna: Foia made in USA, open data e civic hacking

Il Foia americano funziona davvero? Sappiamo riconoscere le nuove forme di partecipazione che si stanno sviluppando oggi? E poi, chi è più “avanti” quando si parla di open data, New York o San Francisco?

Queste e altre domande (e anche qualche risposta) nella rassegna di oggi.

Da OpenTheGovernment.org
Da OpenTheGovernment.org
  • Usa: il Foia funziona davvero?

    Il Freedom of information act sembra funzionare molto bene negli Usa… ma solo apparentemente! I dati più recenti parlano di risposte positive nel 94% dei casi, ritardi praticamente assenti, tecnologie che velocizzano il processo. Ma la realtà è assai più complessa, a sentire molte delle Ong che si occupano di accesso all’informazione. Sono ormai numerose le organizzazioni che sostengono che la situazione sia molto diversa dai dati ufficiali dell’amministrazione Obama, in alcuni casi anche peggiore rispetto alla precedente amministrazione.

  • Cambiare la PA  “dall’interno” con gli open data

    Scientific American pubblica una bella intervista a Todd Park, “chief technology officer” dell’amministrazione Obama e un passato da imprenditore, con diverse start-up di successo all’attivo. Park spiega come gli open data in ambito meteorologico hanno creato numerose opportunità per le imprese, e che lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori. Ma soprattutto, Park punta a ripetere il successo dall’interno della Casa Bianca, grazie a un incubatore unico nel suo genere.

  • Oltre gli hackathon: civic hacking nei paesi in via di sviluppo

    Il civic hacking e la partecipazione prendono oggi molte forme – ancora più di quelle che pensiamo, se guardiamo a paesi in via di sviluppo. Ci sono nuovi modelli di partecipazione che potrebbero aprire molte possibilità di azione e contributi da parte di persone senza competenze tecniche. Ma siamo in grado di riconoscerli e aiutarli a svilupparsi? Ne parla Rodrigo Davies, ricercatore del Center for Civic Media del Mit.

  • Come cambiare il posto dove viviamo… con gli open data!

    Questa è l’ideale punto di partenza del bando di Knight News Challenge per progetti di sviluppo sul territorio (in the U.S. and abroad). In risposta sono arrivati 886 progetti per 5 milioni di dollari di fondi. The Atlantic ne segnala 12 tra i più interessanti.

 

Rassegna DDS: il valore dei dati, lezioni per civic hackers e università “open”

TransparencyEccoci a mercoledì con una nuova rassegna.

Oggi si parla di valore economico di dati e open government, ma anche di community che collaborano con la pubblica amministrazione.
E nuove strade collaborative si aprono anche in ambito accademico…

  • Il valore economico dell’open government… Quando si parla di open government, possiamo possiamo quantificarne i vantaggi concreti per aziende, cittadini e amministrazioni pubbliche? Secondo Alex Howard, un esperto del settore e autore di una riflessione approfondita sul tema, non è così semplice. Che ne pensate?
  • …e quello dei dati pubblici! Un altro esperto di dati della pubblica amministrazione, Ton Zijlstra, racconta le attività di un workshop sul valore degli open data come strumento per creare nuove politiche pubbliche. Qual è il potenziale dei dati aperti in termini economici e quale l’impatto sulla trasparenza della PA?
  • Open Data Day: lezioni per civic hackers. David Eaves, uno dei promotori dell’Open Data Day, fa un bilancio della giornata, svoltasi il 23 febbraio scorso (anche Diritto Di Sapere vi ha preso parte). Come si costruiscono community “civiche”, che collaborino con le istituzioni? Quale direzione prendere per un open government collaborativo?
  • Dati pubblici in formati “open”: la Sunlight Foundation spiega perché è importante che i dati pubblici siano disponibili in formati aperti. Una riflessione valida sia per le richieste di accesso che per la pubblicazione di dati!
  • Come sta crescendo OpenStreetMap. GPS, crowdsourcing, cartografi: sono gli ingredienti di OpenStreet Map, un progetto collaborativo per creare un’alternativa “open” alla mappatura della rete stradale mondiale. Un progetto che sta crescendo e con risultati particolarmente interessanti.
  • Università “open”: un aiuto per i paesi “in via di sviluppo”? Sono sempre più numerosi le iniziative accademiche che “aprono” le proprie risorse educative e gettano le basi per un’innovazione collaborativa, spiega Julia Wetherell su Techpresident. Fino ad ora, però, i benefici sono stati più che altro “laterali”, favorendo le comunità di persone già inserite in ambito accademico. Come si può creare valore anche per i “paesi in via di sviluppo“?

 

Un FOIA per il Rwanda: cosa cambia e perché è importante per l’Italia

Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda (Foto di kigaliwire - CC BY-NC 2.0)
Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda
(Foto di kigaliwire – CC BY-NC 2.0)

Il Rwanda ha approvato la legge sull’accesso all’informazione, diventando l’undicesimo paese africano ad approvare un vero e proprio FOIA.

La nuova legge rwandese è considerata particolarmente avanzata dall’Ong Article 19, che si occupa di libertà di espressione in tutto il mondo. Henry Maina, direttore di Article 19, ha definito “esemplare” l’ambito di applicazione delineato dalla legge, aggiungendo che contiene misure che favoriscono la partecipazione e che pongono le basi per raggiungere e consolidare la trasparenza amministrativa.

Quello rwandese è un caso da guardare con attenzione anche dall’Italia. È un esempio da manuale di come paesi emergenti prestino sempre maggiore attenzione alla trasparenza, e alla sua codificazione in norme all’avanguardia, come strada per accreditarsi a livello internazionale come democrazie e, non ultimo, attirare investimenti. Il Rwanda è, infatti, 50esimo nel ranking sulla corruzione di Transparency International: più di 20 posizioni avanti all’Italia (72esima).

Come scrive Guido Scorza:

Le motivazioni di tale scelta di trasparenza sono spiegate in modo straordinariamente efficace all’articolo 6 della legge e risiedono nell’esigenza di: promuovere in seno agli organismi pubblici e privati ai quali la nuova legge si applica la cultura di informare il pubblico sulle loro attività, assicurare che i fondi pubblici siano soggetti ad una gestione ed ad un controllo efficaci, promuovere un dibattito pubblico consapevole ed informato, informare in modo regolare ed adeguato il pubblico circa ogni rischio per la salute e per l’ambiente e, infine, assicurare che tutte le autorità pubbliche con poteri regolamentari adempiano correttamente alle loro funzioni.

[…] Ma non basta.

La nuova legge sull’accesso all’informazione della piccola repubblica africana, stabilisce anche che nessuno può essere punito per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico e che l’amministrazione che ha l’obbligo di fornire ometta di fornire entro il termine previsto dalla legge.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Il Rwanda non è certo un paese dove la libera espressione si possa dare per scontata, in uno scenario in cui le critiche al governo possono costare molto care.
Risalgono infatti solo allo scorso ottobre le notizie dell’appello all’African Commission on Human and Peoples’ Rights da parte di Agnes Uwimana e Saidat Mukakibibi, due giornalisti incarcerati con l’accusa di diffamazione del presidente Kagame (in primo grado condannati, rispettivamente, a 17 e 7 anni di carcere).

La domanda per Kigali è perciò su quali sono le speranze che questa legge sia davvero applicata?

Lo stesso Maina ha risposto ai critici, sostenendo che avere una legge di questo tipo possa invece aiutare significativamente ad avere le basi giuridiche per la lotta per la libertà di espressione (oltre alla legge sull’accesso, il Rwanda ha anche approvato delle leggi sulla regolamentazione dei media).

Un Freedom of Information Act è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Ma non può essere l’unico e c’è da sperare che il governo di Kigali voglia sinceramente proseguire su questa strada.

 

Rassegna DDS: Sunshine Week, big data e il valore degli hackathon

Questa settimana è la Sunshine Week che celebra accesso e trasparenza, ma il menù della rassegna è ricco: si parla di big data, economia e istituzioni alle prese con innovazione e dataset. Ma attenzione: hackathon e affini sono tutt’altro che una panacea per i problemi che le istituzioni devono affrontare…

  • Hacker, dati e pizza: la ricetta perfetta per risolvere un problema? Non proprio: gli hackathon sono incontri che portano numerose opportunità per il cambiamento, ma non sono la panacea per risolvere problemi di ampia scala. Anzi, partire dai dati e non dalle domande è un modo di pensare che porta a risultati falsati. Un articolo della Harvard Business Review prova a mettere ordine.
  • Una legge sugli open data (e molto altro) per New York. Mille dataset in formato machine-readable, una piattaforma open data e una legge sui dati. Ma è solo l’inizio per New York, una delle città più all’avanguardia su questi temi. E che non ha intenzione di fermarsi, leggere per credere.
  • Sunshine Week 2013. La Sunshine Week è un’iniziativa per promuovere in tutto il mondo i temi dell’accesso, della trasparenza e dell’accountability. Quest’ anno si svolge dal 10 al 16 marzo. Ecco le principali iniziative.
  • Big data e giornalismo: presto intervisteremo database? Kenneth Cukier, co-autore di “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work and Think” spiega che l’accesso a grandi quantità di dati porrà nuovi problemi ai giornalisti nello studio delle correlazioni tra dati. Bisognerà imparare a lavorare con grandi quantità “confuse” di dati, rispetto alle piccole e ordinate quantità a cui siamo abituati. Finiremo per intervistare dei database?
  • AAA Civic Hacker Cercasi per la Casa Bianca. Ancora cinque giorni per diventare Innovation Fellows alla Casa Bianca. Ma chi stanno cercando? Ecco i nuovi progetti e le iniziative in corso.
  • Misurare gli open data in termini economici. Ora anche le grosse società finanziarie e di consulenza iniziano a fare i conti

 

Open Media Coalition: perché il Decreto Trasparenza non è un FOIA

Foto di lestaylorphoto (CC BY-NC-SA 2.0)
Colorful Information – Foto di lestaylorphoto
(CC BY-NC-SA 2.0)

Il verdetto è netto. Il decreto trasparenza varato dal Consiglio dei Ministri del 15 febbraio 2013, e promosso come il Foia italiano dal Ministro Patroni Griffi, non introduce alcuna norma che possa definirlo un Freedom of Information Act come quello statunitense e britannico.

A dirlo è l’analisi del testo condotta per Open Media Coalition da Access-Info Europe, una delle più riconosciute associazioni indipendenti di analisi del diritto all’informazione, e da Diritto Di Sapere, che in Italia e promuove il diritto di accesso. Le due associazioni hanno confrontato il testo italiano con le leggi più avanzate a livello internazionale e i parametri utilizzati da Global Integrity.

Secondo Helen Darbishire, direttore esecutivo di Access-Info, il decreto italiano è una legge sulla trasparenza, ma non contiene alcuna misura che metta l’Italia in linea con la normativa internazionale sul fronte del diritto di accesso all’informazione, che nelle democrazie più avanzate garantisce ai cittadini il diritto di richiedere e ottenere dalle istituzioni documenti e dati pubblici, ma non pubblicati.

Pur parlando di “accesso civico” nell’articolo 5, infatti, il decreto non espande veramente il diritto dei cittadini di richiedere informazioni pubbliche, ma non pubblicate, perché non va a toccare la legge italiana sull’accesso (L. 241/90). Come già segnalato da Open Media Coalition, a cui aderisce anche DDS, questa legge non è adeguata agli standard internazionali del diritto all’informazione e non porta significativi miglioramenti.

OMC rileva, inoltre, che nel processo di creazione della legge non sono state ascoltate le varie organizzazioni italiane che si occupano di open government e open data che in numerose occasioni hanno cercato il dialogo con il governo.

Nota: Tra i prossimi passi di Diritto Di Sapere c’è anche il primo monitoraggio sul diritto di accesso in Italia, che sarà presentato nell’aprile 2013 al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

*Aggiornamento:
In una prima versione del post segnalavamo che questo decreto abrogava l’articolo 18 del D.L. n. 83/2012 (il cosiddetto Decreto Sviluppo), considerato la norma più rivoluzionaria ed efficace approvata di recente in materia di trasparenza. La norma in questione prevedeva l’obbligo per tutte le Pubbliche Amministrazioni italiane di pubblicare online in formato aperto tutti i dati di spesa superiori ai mille euro (a partire dal primo gennaio 2013)

I punti chiave dell’articolo 18 del decreto Passera sono stati reinseriti negli art. 26 e 27 di questa legge. Nella prima bozza di decreto che è circolata l’articolo 18 era stato abrogato e non ripristinato.
La discussione su cosa c’è o non c’è nel decreto soffre infatti del fatto che questa è forse la prima legge segreta sulla trasparenza. Non c’è infatti stata consultazione pubblica e tutte le versioni del decreto che sono circolate sono infatti frutto di leak.
Il nostro auspicio è che gli obblighi di trasparenza, concepiti nell’articolo 18 e poi ripresi in questo decreto, ci saranno anche in ciò che sarà (finalmente) pubblicato in Gazzetta Ufficiale.