Milano, chi è più trasparente tra Sala e Parisi?

Beppe Sala Stefano Parisi

di Elisa Murgese

A Milano la lotta per apparire il candidato più trasparente ha rischiato di mettere in ombra perfino i programmi elettorali. Perché non basta citare 29 volte il termine “trasparenza” nel proprio programma, come ha fatto il candidato di centrodestra Stefano Parisi, o dichiarare di volere un Freedom of Information Act all’americana, ma ritardare la pubblicazione dei bilanci da Mister Expo o omettere di possedere una casa in Svizzera. In una campagna elettorale intessuta di reciproche frecciatine in nome della trasparenza, inevitabile fermarsi a osservare non solo quanto riportato nei programmi elettorali, ma anche gli “scivoloni” dei due candidati milanesi. Perché più che una sfida, il ballottaggio del 19 giugno sarà un vero testa a testa, visto che è meno di un punto percentuale a separare Giuseppe Sala (centrosinistra – 41,7% dei voti) da Stefano Parisi (centrodestra – 40,8%).

Sala, l’unico a citare il Freedom of Information Act
Si può cercare nei programmi di tutti coloro che erano candidati sindaco a Milano, Roma e Napoli, per citare i Comuni più importanti, ma solo in quello di Giuseppe Sala si troverà il termine Freedom of Information Act. Anticipato dallo slogan: “Il Comune di Milano deve essere una casa di vetro”, Mr Expo dichiara di volere utilizzare il modello del Foia americano per garantire l’accessibilità “a chiunque” e “senza motivazione” a informazioni e documenti relativi alla pubblica amministrazione, esclusi i dati sensibili o sotto segreto. Oltre alle richieste, Beppe Sala si impegna a pubblicare on line i documenti più importanti (contratti, appalti, curriculum dei dirigenti). Anche se la trasparenza non è indicata tra gli strumenti con cui combattere la corruzione, l’ex numero uno dell’Esposizione Universale vorrebbe mettere sul sito comunale un’indicatore che permetta di gettare un occhio all’interno della macchina amministrativa, per sapere quanto denaro pubblico è stato speso, futuri investimenti, mobilità e assenza dei dipendenti.

E le omissioni di Mr Expo
Gli impegni sono chiari, ma di quale natura saranno le informazioni disponibili ai cittadini? Sul sito della sua campagna elettorale, per esempio, Beppe Sala ha sì pubblicato il suo curriculum, ma si tratta di poche note biografiche, dove non è facile rintracciare conflitti di interesse o partecipazioni in società. Non è chiaro neppure come Beppe Sala stia finanziando la sua campagna elettorale, mancata trasparenza che condivide appieno con Parisi. In quanto a omissioni, però, si deve dire che l’ex-commissario dell’Esposizione Universale ne ha collezionate di più del manager di centrodestra.

Polemica sul ritardo del bilancio di Expo, omissione di essere proprietario di una casa in Svizzera (che invece, come amministratore di un’azienda pubblica, aveva l’obbligo di dichiarare) e di una villetta ligure a Zoagli. “Dimenticanze” che hanno poi portato il candidato di centrosinistra a pubblicare nel dettaglio le sue dichiarazioni dei rettiti degli ultimi cinque anni, una mossa seguita anche da Stefano Parisi che però ha scelto – non è chiaro se per renderla più leggibile al grande pubblico o meno specifica per gli addetti ai lavori – di non pubblicare una versione originale ma di trascriverne il contenuto. Un link alla dichiarazione dei redditi completa è presente, ma solo relativa all’ultimo anno.

Parisi, il grande assente in “Sai chi voti?”
E mentre i due manager si battagliano a colpi di dichiarazioni dei redditi, sul programma elettorale del candidato di centrodestra Stefano Parisi restano in bella mostra le parole “semplificazione” e “trasparenza”. Certo, per leggerle si deve aspettare il nono punto di un programma che si apre con altri due termini chiave: “Sicurezza” e “legalità”. Un obiettivo chiaro: “Assicurare completa trasparenza, tracciabilità e tempi certi a tutte le procedure comunali”, “regolare pubblicazione di dati, bilanci (con spiegazione comprensibile) e informazioni rilevanti” oltre alla “trasparenza in merito alle attività professionali svolte, ai redditi, agli incarichi ricevuti, a eventuali conflitti d’interesse e alle fonti di finanziamento dell’attività politica”.

Anche rispetto alle spese di Palazzo Marino, Parisi ha promesso di trasformare i conti del Comune “da bilancio finanziario illeggibile a bilancio economico”. Ci si chiede quindi perché Parisi sia stato l’unico candidato sindaco di Milano (insieme ai minori Natale Azzaretto del Partito Comunista dei Lavoratori e Nicolò Mardegan di Noi per Milano) ad avere scelto di non rendere trasparente le sue mosse politiche partecipando a “Sai chi voti”, campagna promossa anche da Diritto di Sapere. In altre parole, il manager di centrodestra si è rifiutato di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario e conflitti di interesse. Un’assenza che pesa, visto che dei candidati finiti in ballottaggio a Milano, Torino, Roma e Napoli, Parisi è l’unico ad avere scelto di non appoggiare l’iniziativa. Al contrario, Beppe Sala ha reso pubblici i suoi dati, seppur con un’eccezione: un secco “no” sul quarto punto, quello con cui si chiedeva al futuro primo cittadino di introdurre entro i primi 100 giorni di amministrazione il metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi e società partecipate. Su questo punto, almeno, i due manager milanesi sembrano essere perfettamente d’accordo.

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