Rassegna: Foia made in USA, open data e civic hacking

Il Foia americano funziona davvero? Sappiamo riconoscere le nuove forme di partecipazione che si stanno sviluppando oggi? E poi, chi è più “avanti” quando si parla di open data, New York o San Francisco?

Queste e altre domande (e anche qualche risposta) nella rassegna di oggi.

Da OpenTheGovernment.org
Da OpenTheGovernment.org
  • Usa: il Foia funziona davvero?

    Il Freedom of information act sembra funzionare molto bene negli Usa… ma solo apparentemente! I dati più recenti parlano di risposte positive nel 94% dei casi, ritardi praticamente assenti, tecnologie che velocizzano il processo. Ma la realtà è assai più complessa, a sentire molte delle Ong che si occupano di accesso all’informazione. Sono ormai numerose le organizzazioni che sostengono che la situazione sia molto diversa dai dati ufficiali dell’amministrazione Obama, in alcuni casi anche peggiore rispetto alla precedente amministrazione.

  • Cambiare la PA  “dall’interno” con gli open data

    Scientific American pubblica una bella intervista a Todd Park, “chief technology officer” dell’amministrazione Obama e un passato da imprenditore, con diverse start-up di successo all’attivo. Park spiega come gli open data in ambito meteorologico hanno creato numerose opportunità per le imprese, e che lo stesso potrebbe avvenire in molti altri settori. Ma soprattutto, Park punta a ripetere il successo dall’interno della Casa Bianca, grazie a un incubatore unico nel suo genere.

  • Oltre gli hackathon: civic hacking nei paesi in via di sviluppo

    Il civic hacking e la partecipazione prendono oggi molte forme – ancora più di quelle che pensiamo, se guardiamo a paesi in via di sviluppo. Ci sono nuovi modelli di partecipazione che potrebbero aprire molte possibilità di azione e contributi da parte di persone senza competenze tecniche. Ma siamo in grado di riconoscerli e aiutarli a svilupparsi? Ne parla Rodrigo Davies, ricercatore del Center for Civic Media del Mit.

  • Come cambiare il posto dove viviamo… con gli open data!

    Questa è l’ideale punto di partenza del bando di Knight News Challenge per progetti di sviluppo sul territorio (in the U.S. and abroad). In risposta sono arrivati 886 progetti per 5 milioni di dollari di fondi. The Atlantic ne segnala 12 tra i più interessanti.

 

La PA chiama Google: cosa dice il Transparency Report 2012

What countries ask for the biggest share of netizen data? (A visualizazion by EFF and SHARE defense)
What countries ask for the biggest share of netizen data? (A visualization by EFF and SHARE defense)

La tutela della privacy è spesso la motivazione con cui – a volte a ragione, talvolta a torto – la pubblica amministrazione nega al cittadino l’accesso alle informazioni richieste.

Quando però è la PA a chiedere informazioni riguardanti i cittadini la preoccupazione di violarne la privacy sembra non essere così stringente, come dimostrano i dati raccolti nell’ultima edizione del Google Transparency Report, dove “Big G” registra tutte le richieste di accesso ai dati degli utenti (cronologia delle ricerche, scambio di email e documenti e indirizzi IP) da parte di terzi.

Il secondo semestre 2012 si è rivelato il periodo con il maggior numero di richieste da parte dei governi europei sin dal lancio del rapporto tre anni fa. Complessivamente i paesi dell’Unione Europea hanno fatto 7.254 richieste relativamente a 9.240 utenze tra luglio e dicembre 2012, in media più di 1.200 richieste al mese.

Ma quello che colpisce non è tanto il numero delle richieste che arrivano, quanto la proporzione di quelle che Google si trova a rifiutare in quanto non motivate a sufficienza dal punto di vista legale, troppo ampie come ambito oppure non formulate in modo proceduralmente corretto.

E l’Italia?
Siamo tra i più zelanti al mondo quando si tratta di chiedere accesso ai dati sensibili dei cittadini online: abbiamo, infatti i più alti tassi di richieste per numero di abitante (in media 12,6 richieste ogni 100.000 utenti).
Come si nota dall’immagine qui sopra, in totale l’Italia è l’ottavo Paese per numero di richieste. Ma è, assieme a Francia, Spagna e Germania, anche quello che si vede negate più della metà delle richieste (2.067 accolte vs. 2.235 rifiutate dal 2010 ad oggi).

Un tasso di rifiuto così alto di certo rivela quanto scarsa sia la considerazione per la tutela dei diritti digitali dei cittadini di cui lo stesso governo dovrebbe farsi promotore.

Come rileva Carly Nyst, responsabile del International Advocacy, a Privacy International: «I governi devono smettere di trattare i dati dell’utente in possesso di società private come un tesoro di informazioni a cui è possibile attingere ogni volta che si vuole, con poca o nessuna autorizzazione giudiziaria».

Rassegna DDS: il valore dei dati, lezioni per civic hackers e università “open”

TransparencyEccoci a mercoledì con una nuova rassegna.

Oggi si parla di valore economico di dati e open government, ma anche di community che collaborano con la pubblica amministrazione.
E nuove strade collaborative si aprono anche in ambito accademico…

  • Il valore economico dell’open government… Quando si parla di open government, possiamo possiamo quantificarne i vantaggi concreti per aziende, cittadini e amministrazioni pubbliche? Secondo Alex Howard, un esperto del settore e autore di una riflessione approfondita sul tema, non è così semplice. Che ne pensate?
  • …e quello dei dati pubblici! Un altro esperto di dati della pubblica amministrazione, Ton Zijlstra, racconta le attività di un workshop sul valore degli open data come strumento per creare nuove politiche pubbliche. Qual è il potenziale dei dati aperti in termini economici e quale l’impatto sulla trasparenza della PA?
  • Open Data Day: lezioni per civic hackers. David Eaves, uno dei promotori dell’Open Data Day, fa un bilancio della giornata, svoltasi il 23 febbraio scorso (anche Diritto Di Sapere vi ha preso parte). Come si costruiscono community “civiche”, che collaborino con le istituzioni? Quale direzione prendere per un open government collaborativo?
  • Dati pubblici in formati “open”: la Sunlight Foundation spiega perché è importante che i dati pubblici siano disponibili in formati aperti. Una riflessione valida sia per le richieste di accesso che per la pubblicazione di dati!
  • Come sta crescendo OpenStreetMap. GPS, crowdsourcing, cartografi: sono gli ingredienti di OpenStreet Map, un progetto collaborativo per creare un’alternativa “open” alla mappatura della rete stradale mondiale. Un progetto che sta crescendo e con risultati particolarmente interessanti.
  • Università “open”: un aiuto per i paesi “in via di sviluppo”? Sono sempre più numerosi le iniziative accademiche che “aprono” le proprie risorse educative e gettano le basi per un’innovazione collaborativa, spiega Julia Wetherell su Techpresident. Fino ad ora, però, i benefici sono stati più che altro “laterali”, favorendo le comunità di persone già inserite in ambito accademico. Come si può creare valore anche per i “paesi in via di sviluppo“?

 

Anche la Croazia ha il suo FOIA: l’Italia prenda nota

Foto di TheLordMayor (CC BY-SA 2.0)
Il Parlamento croato – Foto di TheLordMayor (CC BY-SA 2.0)

Era una delle condizioni sul tavolo dei negoziati per l’accesso all’Unione Europea e ora è legge: anche la Croazia ha il suo Freedom of Information Act.

Il Foia croato è stato approvato il 6 febbraio scorso, dopo quasi 10 mesi di intenso lavoro ministeriale, consultazioni pubbliche, attività di lobbying, campagne di sensibilizzazione, consultazioni con esperti nazionali e internazionali, e non ultimo, l’aver ospitato il summit europeo di Open Government Partnership (Ogp) a Dubrovnik lo scorso ottobre.

I paesi un tempo a Est della cortina di ferro stanno da tempo dettando la linea in tema di Foia mentre altri, come l’Italia, faticano a mettersi al passo con le democrazie più “open“.

A una prima analisi, alcune norme denotano subito l’impianto liberale della nuova legge in linea con quanto appena stabilito dal Rwanda con il Foia appena promulgato. In particolare:

  • viene introdotta la figura dell’Information Commissioner, dedicato esclusivamente alla promozione e alla tutela della libertà di informazione. Il Commissario sarà eletto dal Parlamento e godrà di immunità pari a quella dei parlamentari.  Avrà forti poteri di controllo e di sanzione amministrativa a favore della tutela dell’accesso;
  • viene introdotto il principio di proporzionalità e della valutazione dell’interesse pubblico, per tutte le eccezioni all’accesso previste dalla normativa Foia;
  • c’è una forte apertura verso la pubblicazione proattiva di informazioni da parte degli enti pubblici, comprese le chiare disposizioni di legge (ciò che deve essere pubblicato) e le norme secondarie;
  • sarà possibile il riutilizzo di informazioni, senza costi, per qualsiasi scopo.

E le novità non si fermano solo agli articoli di legge. Sono state previste delle misure concrete e dei progetti pilota per open data e open government all’interno dell’amministrazione statale.

Sul fronte della società civile, il risultato premia GONG – l’equivalente balcanico di DDS – e molte altre Ong che hanno visto accolte praticamente tutte le modifiche proposte, con il Ministero dell’Amministrazione pubblica che ha difeso i più elevati standard internazionali in termini di Foia, nonostante altre istituzioni a livello governativo abbiano tentato fino all’ultimo di ridurne la portata. L’opposizione interna è talvolta la miglior prova del fatto che lo strumento è percepito anche dai burocrati come efficace nel controllare il loro operato.

Per la Croazia, ora che il quadro giuridico esiste, non rimane che continuare il paziente lavoro di monitoraggio e promozione del diritto di accesso, affinché la società civile sia sempre più consapevole di avere in mano uno degli strumenti più potenti strumenti per una cittadinanza attiva ed informata.

Per l’Italia l’esempio croato è un occasione per riflettere come mettersi al passo europeo, sia a livello normativo che di apertura partecipativa del processo legislativo. Al di là dell’Adriatico la consultazione con la società civile non è mai venuta meno ed è partita fin dalle prime fasi, mentre da noi – almeno con l’ultimo tentativo – non è mai nemmeno iniziata.

 

Un FOIA per il Rwanda: cosa cambia e perché è importante per l’Italia

Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda (Foto di kigaliwire - CC BY-NC 2.0)
Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda
(Foto di kigaliwire – CC BY-NC 2.0)

Il Rwanda ha approvato la legge sull’accesso all’informazione, diventando l’undicesimo paese africano ad approvare un vero e proprio FOIA.

La nuova legge rwandese è considerata particolarmente avanzata dall’Ong Article 19, che si occupa di libertà di espressione in tutto il mondo. Henry Maina, direttore di Article 19, ha definito “esemplare” l’ambito di applicazione delineato dalla legge, aggiungendo che contiene misure che favoriscono la partecipazione e che pongono le basi per raggiungere e consolidare la trasparenza amministrativa.

Quello rwandese è un caso da guardare con attenzione anche dall’Italia. È un esempio da manuale di come paesi emergenti prestino sempre maggiore attenzione alla trasparenza, e alla sua codificazione in norme all’avanguardia, come strada per accreditarsi a livello internazionale come democrazie e, non ultimo, attirare investimenti. Il Rwanda è, infatti, 50esimo nel ranking sulla corruzione di Transparency International: più di 20 posizioni avanti all’Italia (72esima).

Come scrive Guido Scorza:

Le motivazioni di tale scelta di trasparenza sono spiegate in modo straordinariamente efficace all’articolo 6 della legge e risiedono nell’esigenza di: promuovere in seno agli organismi pubblici e privati ai quali la nuova legge si applica la cultura di informare il pubblico sulle loro attività, assicurare che i fondi pubblici siano soggetti ad una gestione ed ad un controllo efficaci, promuovere un dibattito pubblico consapevole ed informato, informare in modo regolare ed adeguato il pubblico circa ogni rischio per la salute e per l’ambiente e, infine, assicurare che tutte le autorità pubbliche con poteri regolamentari adempiano correttamente alle loro funzioni.

[…] Ma non basta.

La nuova legge sull’accesso all’informazione della piccola repubblica africana, stabilisce anche che nessuno può essere punito per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico e che l’amministrazione che ha l’obbligo di fornire ometta di fornire entro il termine previsto dalla legge.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Il Rwanda non è certo un paese dove la libera espressione si possa dare per scontata, in uno scenario in cui le critiche al governo possono costare molto care.
Risalgono infatti solo allo scorso ottobre le notizie dell’appello all’African Commission on Human and Peoples’ Rights da parte di Agnes Uwimana e Saidat Mukakibibi, due giornalisti incarcerati con l’accusa di diffamazione del presidente Kagame (in primo grado condannati, rispettivamente, a 17 e 7 anni di carcere).

La domanda per Kigali è perciò su quali sono le speranze che questa legge sia davvero applicata?

Lo stesso Maina ha risposto ai critici, sostenendo che avere una legge di questo tipo possa invece aiutare significativamente ad avere le basi giuridiche per la lotta per la libertà di espressione (oltre alla legge sull’accesso, il Rwanda ha anche approvato delle leggi sulla regolamentazione dei media).

Un Freedom of Information Act è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Ma non può essere l’unico e c’è da sperare che il governo di Kigali voglia sinceramente proseguire su questa strada.

 

Rassegna DDS: Sunshine Week, big data e il valore degli hackathon

Questa settimana è la Sunshine Week che celebra accesso e trasparenza, ma il menù della rassegna è ricco: si parla di big data, economia e istituzioni alle prese con innovazione e dataset. Ma attenzione: hackathon e affini sono tutt’altro che una panacea per i problemi che le istituzioni devono affrontare…

  • Hacker, dati e pizza: la ricetta perfetta per risolvere un problema? Non proprio: gli hackathon sono incontri che portano numerose opportunità per il cambiamento, ma non sono la panacea per risolvere problemi di ampia scala. Anzi, partire dai dati e non dalle domande è un modo di pensare che porta a risultati falsati. Un articolo della Harvard Business Review prova a mettere ordine.
  • Una legge sugli open data (e molto altro) per New York. Mille dataset in formato machine-readable, una piattaforma open data e una legge sui dati. Ma è solo l’inizio per New York, una delle città più all’avanguardia su questi temi. E che non ha intenzione di fermarsi, leggere per credere.
  • Sunshine Week 2013. La Sunshine Week è un’iniziativa per promuovere in tutto il mondo i temi dell’accesso, della trasparenza e dell’accountability. Quest’ anno si svolge dal 10 al 16 marzo. Ecco le principali iniziative.
  • Big data e giornalismo: presto intervisteremo database? Kenneth Cukier, co-autore di “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work and Think” spiega che l’accesso a grandi quantità di dati porrà nuovi problemi ai giornalisti nello studio delle correlazioni tra dati. Bisognerà imparare a lavorare con grandi quantità “confuse” di dati, rispetto alle piccole e ordinate quantità a cui siamo abituati. Finiremo per intervistare dei database?
  • AAA Civic Hacker Cercasi per la Casa Bianca. Ancora cinque giorni per diventare Innovation Fellows alla Casa Bianca. Ma chi stanno cercando? Ecco i nuovi progetti e le iniziative in corso.
  • Misurare gli open data in termini economici. Ora anche le grosse società finanziarie e di consulenza iniziano a fare i conti

 

Open Media Coalition: perché il Decreto Trasparenza non è un FOIA

Foto di lestaylorphoto (CC BY-NC-SA 2.0)
Colorful Information – Foto di lestaylorphoto
(CC BY-NC-SA 2.0)

Il verdetto è netto. Il decreto trasparenza varato dal Consiglio dei Ministri del 15 febbraio 2013, e promosso come il Foia italiano dal Ministro Patroni Griffi, non introduce alcuna norma che possa definirlo un Freedom of Information Act come quello statunitense e britannico.

A dirlo è l’analisi del testo condotta per Open Media Coalition da Access-Info Europe, una delle più riconosciute associazioni indipendenti di analisi del diritto all’informazione, e da Diritto Di Sapere, che in Italia e promuove il diritto di accesso. Le due associazioni hanno confrontato il testo italiano con le leggi più avanzate a livello internazionale e i parametri utilizzati da Global Integrity.

Secondo Helen Darbishire, direttore esecutivo di Access-Info, il decreto italiano è una legge sulla trasparenza, ma non contiene alcuna misura che metta l’Italia in linea con la normativa internazionale sul fronte del diritto di accesso all’informazione, che nelle democrazie più avanzate garantisce ai cittadini il diritto di richiedere e ottenere dalle istituzioni documenti e dati pubblici, ma non pubblicati.

Pur parlando di “accesso civico” nell’articolo 5, infatti, il decreto non espande veramente il diritto dei cittadini di richiedere informazioni pubbliche, ma non pubblicate, perché non va a toccare la legge italiana sull’accesso (L. 241/90). Come già segnalato da Open Media Coalition, a cui aderisce anche DDS, questa legge non è adeguata agli standard internazionali del diritto all’informazione e non porta significativi miglioramenti.

OMC rileva, inoltre, che nel processo di creazione della legge non sono state ascoltate le varie organizzazioni italiane che si occupano di open government e open data che in numerose occasioni hanno cercato il dialogo con il governo.

Nota: Tra i prossimi passi di Diritto Di Sapere c’è anche il primo monitoraggio sul diritto di accesso in Italia, che sarà presentato nell’aprile 2013 al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

*Aggiornamento:
In una prima versione del post segnalavamo che questo decreto abrogava l’articolo 18 del D.L. n. 83/2012 (il cosiddetto Decreto Sviluppo), considerato la norma più rivoluzionaria ed efficace approvata di recente in materia di trasparenza. La norma in questione prevedeva l’obbligo per tutte le Pubbliche Amministrazioni italiane di pubblicare online in formato aperto tutti i dati di spesa superiori ai mille euro (a partire dal primo gennaio 2013)

I punti chiave dell’articolo 18 del decreto Passera sono stati reinseriti negli art. 26 e 27 di questa legge. Nella prima bozza di decreto che è circolata l’articolo 18 era stato abrogato e non ripristinato.
La discussione su cosa c’è o non c’è nel decreto soffre infatti del fatto che questa è forse la prima legge segreta sulla trasparenza. Non c’è infatti stata consultazione pubblica e tutte le versioni del decreto che sono circolate sono infatti frutto di leak.
Il nostro auspicio è che gli obblighi di trasparenza, concepiti nell’articolo 18 e poi ripresi in questo decreto, ci saranno anche in ciò che sarà (finalmente) pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Trasparenza, accesso e open data: la rassegna DDS

Navigare tra le informazioni è complicato: sui temi di accesso, trasparenza e open data ci sono così tante articoli interessanti che è difficile tenere traccia di tutti. Da oggi, ogni settimana, cercheremo di aiutarvi, selezionando quelli per noi più interessanti e ve li riproporremo in breve.

Ovviamente segnalateci nei commenti o via email quello che trovate in rete. Li integreremo nella nostra rassegna.

Quella di oggi è dedicata agli open data:

  • I primi frutti dell’Open Data Day. Avete partecipato all’Open Data Day? Se sì, eravate in ottima compagnia in tutto il mondo. Alcuni dei progetti intrapresi sono ancora in corso. Eccone alcuni che sono stati completati durante la giornata mondiale dei dati aperti.
  • Da Obama 2012 a New York, i dati sono strategici. La campagna di Barack Obama nel 2012 ha usato al meglio i dati a propria disposizione per prendere decisioni e organizzare azioni sul territorio: ora lo stesso principio verrà utilizzato dalla città di New York.
  • Dati pubblici e scoop: istruzioni per l’uso. I dati pubblici sono preziosi per creare scoop e titoli di giornale. Ecco qualche consiglio ai giornalisti su come usarli al meglio (e qualche buon motivo per usare diritto di accesso e open data!).
  • Aiutare i senzatetto… con gli open data! Si tratta di quello che sta provando a fare la città di Vancouver. Lo racconta David Eaves, esperto di open data e residente di Vancouver.
  • Più dati per tutti. Migliaia di dati pubblici, set di dati di tutti i tipi e in varie forme in una lista assai fornita. Buon “data-crunching”!

Open Data Day a Bologna: come è andata

In un giorno così forse nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita dell’Open Data Day a Bologna.

Sabato mattina, e non uno qualsiasi. Il sabato prima di quelle che da molti commentatori politici sono state considerate le elezioni più importanti degli ultimi decenni per l’Italia (e, per un certo equilibrio politico ed economico, per tutta l’Europa).
In più, un sabato con una neve fitta che a Bologna non si vedeva da un po’, di quella che si appiccica alle scarpe e ti sale fredda fin dentro le narici. Gli scettici sarebbero rimasti rintanati in casa davanti a una bevanda calda. I pigri si sarebbero voltati dall’altro lato nel letto, attorcigliandosi nel piumone. Ma gli attivisti si sarebbero presentati puntuali all’appuntamento delle 10 presso lo Urban Center di Sala Borsa a Bologna.

È iniziata così la nostra giornata del 23 febbraio per parlare di open data e, estendendo il campo, di accesso alle informazioni pubbliche, in collaborazione con Hacks/Hackers Bologna.
Un gruppo di cittadini attenti e attivi ha preso parte alla mattinata, che aveva l’intento di spiegare cosa è l’accesso e di dare indicazioni utili e concrete su come “sporcarsi le mani” con le richieste di dati alle pubbliche amministrazioni. La  formula è quella del Requestathon, che Diritto di Sapere sta cercando di portare in giro per l’Italia in numerosi e differenti contesti: quali sono i diritti del cittadini, come presentare le proprie richieste d’accesso e a chi, e con quali modalità?

La giornata è stata aperta dai saluti delle istituzioni ospitanti. Prima Dimitri Tartari, del Coordinamento del Piano Telematico della Regione Emilia-Romagna, e poi Matteo Lepore, assessore alla Comunicazione, Tecnologie, Relazioni Internazionali e Marketing Territoriale con delega per gli Open Data del Comune di Bologna, hanno sottolineato il loro impegno come rappresentanti di pubbliche amministrazioni al rilascio di dati aperti. Un impegno che non finisce con la pubblicazione di dataset liberamente fruibili dai cittadini e che si muove in qualche modo dall’alto verso il basso, ma anche uno sforzo a essere bravi ascoltatori delle esigenze che provengono dal basso, dimostrandosi sensibili alle richieste dei dati che servono alla cittadinanza.

Perché i cittadini hanno bisogno di avere i dati pubblici a loro disposizione?

Per molti e vari motivi: per un controllo dell’operato delle pubbliche amministrazioni, per creare nuove risorse economiche attraverso la creazione di applicazioni che usano questi dati, ma anche per raccontare storie. Storie di numeri e dati, ma soprattutto storie di persone che si nascondono dietro quei dati. È stata Elisabetta Tola, giornalista scientifica e co-fondatrice di Hacks/Hackers Bologna, a illustrare cosa sono gli open data e quali i possibili utilizzi per tutti i cittadini (qui la sua presentazione).

Ma il dato aperto da solo non basta.