Legge 190: c’è odore di Foia e di trabocchetto

Il Consiglio dei Ministri del 22 gennaio ha preso decisioni rilevanti per la trasparenza e l’accesso varando i decreti attuativi della legge 190/2012, il testo varato lo scorso novembre per combattere la corruzione nella Pubblica Amministrazione. La comunicazione è stata magistrale e nella stampa generalista (per es.io Repubblica, ma il taglio è analogo a quello di altre testate) il testo è stato presentato come il tanto atteso Freedom information act italiano. Lo stesso Patroni Griffi lo aveva promesso lo scorso dicembre durante una tavola rotonda all’Open Government Summit di Roma.

Il provvedimento è stato accolto con un mix di reazioni (incoraggiante Agorà Digitale, scettico Guido Scorza su Il Fatto Quotidiano.it, critici Ernesto Belisario su Wired.it e il movimento Foia.it sostenuto anche da Diritto Di Sapere).

In realtà oggi è ancora difficile commentare con cognizione di causa perché non il testo uscito dal CdM non è ancora disponibile. Bisogna accontentarsi del comunicato e del testo che sappiamo presentato al Consiglio (qui la sintesi).

Qui a Diritto Di Sapere le reazioni sono ambivalenti. Diciamo subito che siamo ancora ben lontani dal Foia americano perchè il testo – almeno quello entrato in CdM – punta soprattutto a rendere più trasparente l’operato delle PA, ma ci sono tantissime altre applicazioni del Foia che rimangono scoperte (basti pensare ai dati sui voli della Cia, a dati sulla sanità e altro ancora che sono stati alla base di molte grandi inchieste oltreoceano, ma non sembrerebbero poter rientrare nell’accesso garantito dalla 190).

Detto questo, fatta la tara dell’interesse di creare hype con un annuncio del genere proprio in campagna elettorale, è positivo che una legge sulla trasparenza non rimanga solo annuncio.

Rimangono però alcuni punti che troviamo preoccupanti:

1. L’accesso civico: è una delle innovazioni centrali del provvedimento. Resta da vedere come sarà formulato nel testo finale perchè sempbra andare a smontare l’art. 22 della legge 241/90 (la vera “polpetta avvelenata” della nostra legge italiana sull’accesso).

2. C’è un limite all’obbligo di pubblicazione: cinque anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla pubblicazione. Nel migliore dei casi 6 anni di pubblicazione al massimo. Perché si pensa a queste economie nell’era del digitale e cosa succede dopo? Ricadono di nuovo sotto la 241?

3. Non è chiara la sanzione per chi non pubblica. Nel provvedimento di Passera (il famoso articolo 18 del Ddl sviluppo che impone la pubblicazione di tutte le spese pubbliche sopra i 1000 euro) i contratti i cui importi non vengono pubblicati non hanno valore e sono impugnabili. Alcuni hanno detto che questo comma è un devastante per le PA, ma sicuramente è un deterrente. Come funzionerà con la 190? Bisognerà ricorrere al Tar per quello che non viene pubblicato? Non è una strada nè pratica nè democratica.

4. Che cosa succederà ora agli attuativi del Ddl sviluppo? C’è, per alcuni, il rischio che il loro passaggio in CdM perda di urgenza. Un’azzoppatura dell’articolo 18 sarebbe un danno gravissimo.

Nelle prossime settimane ci saranno però dati interessanti con cui confrontare i provvedimenti e, soprattutto, le reazioni delle PA. Dalla settimana della trasparenza lanciata da Agorà Digitale, al monitoraggio sull’accesso che Diritto Di Sapere ha lanciato la settimana scorsa e darà i primi risultati a marzo.

 

 

 

LegalLeaks: il primo manuale sull’accesso all’informazione per cittadini e giornalisti (in CC da scaricare)

Come si scrive una richiesta di accesso alle informazioni del mio Comune o della mia Regione? E a un Ministero? Posso richiedere dati anche sulle società controllate dallo Stato?

LegalLeaks è pubblicato con licenza Creative Commons

È a queste domande che vuole rispondere LegalLeaks, il primo manuale sull’accesso all’informazione dedicato a cittadini e giornalisti. L’edizione italiana è scaricabile qui. Il testo è scritto in maniera semplice e diretta per rispondere alle domande più immediate dei non addestti ai lavori, ma comprende anche riferimenti alla legislazione e strumenti di approfondimento. In Italia, infatti, non esiste un Freedom of information act come nei Paesi scandinavi, in Usa e in Gran Bretagna, ma c’è una regolamentazione per l’accesso che può essere utilizzata.

LegalLeaks è pubblicato in licenza Creative Commons ed è stato completato da Diritto Di Sapere in collaborazione con la rete LegalLeaks, con Access-Info Europe e grazie al sostegno della Open Society Foundations. Prezioso, sul fronte legale, è stato il contributo di Ernesto Belisario, avvocato e fondatore dell’Associazione italiana per l’Open Governement e di Luca Bolognini, avvocato e presidente dell’Istituto italiano per la privacy. Un grazie di cuore va alla cura (e alla pazienza) di Lorenzo Rabaioli che ha impaginato il manuale.

Nei prossimi giorni il manuale LegalLeaks sarà utilizzato da 60 tra giornalisti, blogger, cittadini e associazioni durante i workshop di monitoraggio organizzati da Diritto Di Sapere a Milano e Roma.

I risultati del monitoraggio, disponibili in primavera, permetteranno di misurare sul campo il diritto di accesso degli italiani e confrontare il nostro Paese a livello internazionale.

La genealogia filosofica che ha portato alla nascita di Diritto Di Sapere risale al padre del giornalismo di precisione Philip Meyer e ai Civic Media su cui lavorano sia l’Mit negli Usa che la Fondazione Ahref di Trento. Una riflessione è qui.